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Ottavia Massimo © all rights reserved


Mercenari pontefici e jihadisti. Scelte di vita giudicate e condannate dalle percezioni distorte dei signori delle guerre. Combattere per il dio denaro è dignitoso. Combattere in nome di Allah è terrorismo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/31/onora-tuo-figlio-e-sara-uomo-donore/672961/

ONORA TUO FIGLIO E SARA’ UN UOMO D’ONORE

Ogni volta che lo squillo del telefono annuncia una chiamata da un numero sconosciuto, spero che la voce sia di quell’anima fiera e persa con cui piansi lacrime attonite. Chiama dalle cabine telefoniche. Non ho idea di dove le trovi, non mi sembra ce ne siano più, in giro. Il telefono fa rumori strani più del solito, quando mi chiama lei. Cara mamma non si preoccupi, su quella lista ci sono anch’io. Un giorno mi ha ringraziata scusandosi di non aver ancora contribuito alla raccolta per i medicinali da portare in Siria. Era il 21 giugno. Tre giorni dopo la morte di suo figlio Giuliano.

Eva si aggirava con la sua ombra tra le vie di Antiochia, gli occhi spalancati nello stupore della vita. La prima volta ci incontrammo a Kilis. Entrai nella hall dell’albergo, vidi una donna molto magra seduta su una poltrona. Tremava, portava dei grandissimi occhiali anni settanta, i capelli lisci raccolti in una piccola coda, la bocca increspata. Mi ricordò il fervore di quegli anni di espressione artistica di cui sempre chiedo, ghiotta di storie. Poco prima mi dissero che una signora italiana cercava qualcuno. La guardai, mi guardò. Era sola. Pensai fosse lei, sorrisi, distolse lo sguardo, non mi presentai. Forse ero stanca, non percettiva, non volli sentire l’odore della disperazione, forse. Quella volta a Kilis c’eravamo tutti e tre. Tre sconosciuti. Eva era dura. Forte e fragile come una madre consapevole. Divorata dal terrore, accendeva e spegneva sigarette al ritmo dei tremori alternati di mani e collo. Non le finiva, le spegneva quasi tutte a metà. Cercavamo una soluzione che non vedevo e le dissi che non poteva fare altro che aspettare, ché i musulmani non ignorano il dolore di una madre. La madre è l’unica cosa che sta sopra Allah, nella gerarchia dei valori familiari e sociali. La seconda volta che parlai con tua madre, erano passati circa due mesi dal nostro primo incontro, quattro dall’inizio della tua missione. Eri ancora vivo, c’erano prove concrete. Era aprile. La guerra in Siria stava raggiungendo livelli di perversione inimmaginabili. L’attenzione ormai era rivolta al modo in cui ci si ammazzava, non al numero dei morti. Eva continuava a ripetere: “Ti rendi conto, l’ho accompagnato all’aeroporto, l’ho accompagnato a morire. Era già stato in Turchia, pensavo partisse per un altro pellegrinaggio, avrei dovuto capire. Prima di salutarci, stese il suo tappeto per pregare, tra le fila dei check in. Tremava come una foglia. Li mandano sul fronte come carne da macello. Ti rendi conto.. l’ho accompagnato a morire”. E’ vero. La vita in Siria conta meno della morte. Ma tua madre non sapeva nulla dell’Islam. Se eri ancora vivo dopo quattro mesi di battaglie, significava che combattenti e comandanti ti volevano bene. Mi raccontava che ogni tanto le scrivevi di quanto fossi felice, di quanto avessi finalmente trovato la tua strada. Ti capivo, l’amore dell’Islam è un mantello di carezze.

Non osai contraddirla, tua madre, quando mi disse che facevi parte dei Mujahedin, lei credeva fosse il nome di una qatiba, una squadra – non capisci niente, si chiama così – “Eva, credo si riferisca all’intero gruppo, movimento di stranieri che combattono in Siria per la Jihad, la guerra santa in nome di Allah”. Studiava tutto, provava a rispondere in maniera vaga ma si sentiva che da tempo viveva la gente dei confini. Non ho mai visto un amore grande come quello di Eva. Ma cosa ne sanno tutti di cosa significhi combattere al fianco di una popolazione che ha la condivisione nel sangue Ibrahim, cosa ne sanno di quanta dedizione hai sudato per arrivare a scegliere di morire nella dimensione più perversa e dolorosa della terra. Il vero Islam ti scalda come un sole e come il sole sei solo. Accecato dal riflesso delle tue apparenze criticate dal mondo intero che parla soltanto delle tue ombre e i messaggeri si vendono al denaro non consci dei muri di odio che costruiscono. Che ne sanno qui della colazione con lo Zather, in silenzio, gli occhi socchiusi, il pane tra le dita mentre la guerra ti esplode intorno e sorridi perchè è buonissimo e  se morissi tra un secondo andrebbe bene perchè sei felice.

Ti credevo quando dicevi che in Syria accadono miracoli, i Martiri profumano e gli aerei vengono abbattuti con le preghiere. L’Islam abbracciò la mia vita come una mamma stringe a se un figlio appena nato. Mi ero quasi convinta che saresti sopravvissuto. Ti aspettavo anch’io, non vedevo l’ora di ascoltarti, ero certa che prima o poi ci saremmo incontrati per raccontarci di quanto amare e morire fossero in realtà la stessa cosa. Sentivo attraverso tua madre, un dolore grande, sordo e pregno di quel silenzio che conosco e che nasce dal coraggio di percepire. Ibrahim Giuliano, qui credono che l’Islam sia vestirsi di bombe per farsi esplodere in mezzo a una folla.

Hai scelto di combattere in nome di un Dio che ti imponeva di uccidere o morire. Sei stato più coraggioso di me. Gli assassini che chiamo guerrieri sono il mio scudo. Mi illudo di costruire ponti ma sono viva perché qualcuno ammazza e muore al posto mio. Credevo anch’io nella rivoluzione. In Syria entrai il primo marzo del 2012. Due settimane prima dell’anniversario della rivolta iniziata a Daraa il 15 marzo 2011. Non ostante a Homs fossero appena morti Marie Colvin e Remi Ochlik, il governo degli Assad sosteneva ancora che i filmati e le notizie ufficiali diffuse dai media internazionali circa la Siria, fossero propaganda e in realtà scaramucce irrisorie tra militari e terroristi. Provai ad entrare ufficialmente, il 10 Febbraio. Proprio perché il governo dichiarava che in Siria tutto procedeva regolarmente, alla frontiera si poteva chiedere un visto turistico. Infilai il passaporto sotto lo sportello trasparente, il guardiano lo aprì, mi guardò, bagnò il timbro, iniziò a sfogliarlo. Si fermò ad osservare il visto della Libia, chiamò un collega, mi fece segno di seguirlo. Nella stanza c’era una signora bionda, alta, russa. Non parlava mai, sedeva con aria provocante ma nei modi era scontrosa e fuggiva gli sguardi. Mi interrogarono. Raccontai le verità più opportune. Un ufficiale mi porse un foglio da compilare, il collega lo fermò dicendo di chiamare Damasco. Decisero che non sarei entrata. E’ bizzarra la sensazione di quando ti è vietato vedere qualcosa che ti chiama e chi ti allontana dalla verità è al potere e orgoglioso di nascondere l’orrore di un genocidio. Aspettai ventitré giorni prima di entrare. Illegalmente, a piedi, tra le montagne, mangiando neve. I carri armati pattugliavano strade e foreste, c’erano spie  dappertutto, era una dimensione in cui ogni istante era scandito dal guizzo di un’emozione mossa dalla paura. Entrai per capire quali livelli di perversione l’essere umano è capace di raggiungere. Quando all’opposizione c’erano fucili da caccia senza munizioni. I bambini morivano colpiti dai cecchini al tramonto. Il giovedì si scavavano fosse tra le altalene dei parco giochi. Ci si preparava per le manifestazioni del venerdì. I cimiteri erano pieni.

Si stanno delineando i fronti. Nei modi più disparati, l’Unione Europea manda in crisi per armare i paesi membri dell’alleanza, le guerre islamiche esplodono nel nostro mare e come un’onda di buio le dinamiche individuali o tradizioni e culture proprie dell’interpretazione islamica più feroce, stanno arrivando nere di rabbia, umiliazione e desideri bruciati. Si salverà chi non teme percezione. In Libia e in Siria, chiunque abbia vissuto il sangue che ancora le avvolge, dice che mai avrebbe pensato che il proprio popolo sarebbe volto alla guerra. Anche in Italia, dicono così. Probabilmente Bashar al Assad è stato un ottimo presidente prima dell’anno 2011. Poi si è convinto di dover annientare chiunque la pensasse diversamente e la forza sproporzionata con cui ha tentato di zittire chi si è permesso di criticare i padroni del paese, non poteva che provocare un livello di rabbia così intenso e insopportabile da esplodere oltre i confini a raccontare di quel senso di ingiustizia che è lo specchio del futuro e che conduce alla lotta. La guerra è vendetta. Quando dovrai improvvisamente scegliere, sacrificherai chi ti ha fatto del male. D’un tratto le parole costruiranno muri o alleanze. Attraverso i ricordi, deciderai chi uccidere e imparerai a capire chi ti vuole ammazzare. Non saprai più in chi poter confidare, nonostante l’orrore stia annientando il tuo paese, la vita continua, tra le dinamiche di sempre, amplificate dal terrore di morire. Una mattina ad Aleppo, cercavamo quattro bambini tra le macerie di un palazzo appena bombardato, la ruspa affondava il braccio tra scorci di vita e passeggini. Uscì Muna, quattro anni, tutina rosa, gli occhi socchiusi, la sorpresa della morte che ancora non sai di temere. Io piangevo. Con una mano tenevo la telecamera, con l’altra aiutavo la gente a salire sulle macerie, le lacrime scendevano lente silenziose e regolari. Gli uomini urlavano aggredendo l’obiettivo – Dove siete M u s u l m a n i ? Scavavano con le nocche insanguinate, tra i calcinacci e gli oggetti della vita che in un istante diventa passato, continui a scavare, tra le lamiere della cucina, la foto di tua figlia che sta sotto le macerie, continui a scavare perché forse è viva e quando la trovi, si alza un grido disperato – ALLAH AKBAAAR, anche se è morta.

Avrei voluto conoscerti per chiederti come stesse il cuore e per quanto tempo ancora saresti riuscito a zittire la coscienza. Vidi una foto di te.  Ventitré anni. Avevi gli occhi da guerriero e saggi come quelli di un bambino. Mi innamorai di quello sguardo, del dolore di tua madre che ti cercava tra i confini e le salme dei martiri, mentre eri al centro dell’odio, tra quei combattenti che non vengono pagati per uccidere e morire e che si sentono invincibili perché nella canna del fucile di chi li vuole ammazzare, vedono il Paradiso. Ti cercai tra i fronti per portarti le pene di una donna sconvolta dal frastuono dei sensi di colpa. Volevo dirti che Allah utilizza strumenti più potenti delle armi. Che uccidere serve a poco perché gli stessi nemici troverai nell’inferno di una dimensione ancora più buia. Pregavo Dio di perdonarti. Osservavo le auree degli amici cecchini, bucarsi o sbiadire come il sangue rappreso delle loro vittime. Più uccidi, meno la tua coscienza sarà percettiva. La protezione dell’aura è più o meno effettiva in base al livello di percezione e conseguente coerenza delle proprie azioni. Se uccidi, morirai ammazzato.

Credetti nella rivoluzione finché la vita mi ricordò che la coscienza non perdona frivolezze.  Quel giorno, il sole pareva ammiccare, beffardo come il sorriso di chi ti osserva mentre ti sta per sparare. Mi incamminai verso il campo di ulivi, le lacrime scendevano in bocca salate a soffocare l’amarezza di un’illusione tradita. Sentivo ancora la canna del kalashnikov premere sulla tempia. La guancia bruciare e il cuore battere nel cervello a scandire pensieri di morte. Spara! Allah tutto vede, forza sparami! Si parlava di Islam. Un amico mi colpì in faccia, provai odio e sgomento. Dissi una parola di troppo. Eravamo in quattro, fui salvata dal comandante che veloce afferrò il fucile e ordinò al mio esecutore di sedersi in macchina, davanti. Finalmente arrivammo sul confine turco. Salutai abbozzando un sorriso. Il piccolo rivolo di acqua da saltare era la fogna del campo dei rifugiati di Atma. Mi raggiunsero due ragazzi siriani sui sedici anni, uno era armato di un fucile da caccia. Camminavamo in silenzio, lo sguardo a terra, l’aria calda gonfiava vene e pupille. Qualcuno fischiò. Dai cespugli uscì un soldato e ci invitò a seguirlo in una zona nascosta del campo. Svuotammo le borse una per una. Provai a spiegargli che ero un’attivista, portavo medicine in zone della Syria in cui non arrivavano. Tirai fuori il passaporto, lo prese senza sfogliarlo. Non parlava che turco. Aprì il borsone con le maschere antigas, mi guardò incuriosito e sorrise. Passò allo zaino. Si mise in tasca due torce e un coltello. Perquisì i ragazzi. Poi toccò a me. Facilitai il compito aprendo le tasche della giacca. Iniziò a frugare, toccandomi il seno. Passò alle tasche inferiori e mi infilò una mano tra le gambe. Feci un balzo indietro, dissi – Lutfen eh! Per favore! Si portò il dito alla bocca – shhhhh! disse, indicando la strada lontana duecento metri. Tirai fuori le tasche dai pantaloni e con la rabbia che mi scoppiava negli occhi dissi – shuf, ma fi shei! Guarda, non c’è niente! Si avvicinò e fece cenno di girarmi. Alzò la giacca. La lunga maglia. La maglietta. Si appoggiò con il bacino, le mani sui fianchi, la voce nel collo – sh h h h. Si scostò. Sentii le dita scorrere sulla cinta. Si appoggiò di nuovo, infilò una mano ad afferrare le mutande, l’altra a tirare giù i pantaloni. Sentii i pensieri arrendersi in un vuoto senza speranza. Mi apparvero all’improvviso, immagini di donne siriane. Silenziose, indifese, terrorizzate. Splendide e senza documenti. Feci un balzo in avanti e iniziai a urlare. I due ragazzini mi invitarono a tacere. Urlai più forte. Presi le borse, mi incamminai verso la strada. Il soldato mi richiamò, non mi girai. Caricò il fucile, ordinò qualcosa, mi voltai con gli occhi gonfi di odio e disprezzo. Si avvicinò, allungò la mano. Mi misi la destra sul petto. Si avvicinò ancora, con il braccio teso. Allungai la mano, me la strinse, sorrise, disse – Tamam? Tutto a posto? Risposi tamam e me ne andai.

Mi sento piccola per raccontare il dolore siriano. Osservo una guerra che esplode e come un’ombra si allarga in relazione al livello di percezione o indifferenza che il resto del mondo rivela. Vedo la gente ammazzarsi sapendo di combattere un nemico sconosciuto e lontano dal sangue di cui si nutre. Respiro un’ingiustizia che nasce dall’umiliazione, muta in vendetta ed è così simile alla mia rabbia, le storie del mio paese, così uguali ai racconti degli amici siriani che descrivono la vita prima della guerra. Li ascolto pensando di parlare con i fratelli italiani. Chiudo gli occhi, immagino di essere a Roma. E’ venerdì, squilla il telefono: “ciao. Ti devo dire una cosa. Oggi alla manifestazione è esploso un mortaio, Marco e Cristina sono in ospedale. Francesco ha provato a soccorrerli. Gli hanno sparato. E’ morto. Marco ha perso un piede, Cristina un braccio”. Osservo chi con me piangeva l’assenza di giustizia, nutrirsi ora del denaro insanguinato cui si è venduto. Piango il tempo in cui eravamo in tanti a pensare di poter trasformare il dolore. I cecchini di oggi, il futuro di ieri. Ragazzi universitari, lavoratori o perditempo, erano i volontari dei primi ospedali da campo. La parola libertà si infilava tra i discorsi e i pensieri come l’ossessione di un desiderio irrinunciabile. Piango quella libertà che era utopia. Di sogni si vive di illusioni si muore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Ottavia Massimo

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Venerdì Santo. Venerdì Sangue.

ENGLISH – http://ottaviamassimo.com/2013/06/13/holy-friday-bloody-friday/

Venerdì Aleppo è Bustan Al Q’sser. Una zona di palazzi che dal ponte sul fiume, si rincorrono fino alla città vecchia.Venerdì in Syria è un giorno pericoloso. Un giorno di riposo. Per Allah. Il giorno in cui tutti insieme ci si riunisce a Shar al Bad’r per pregare urlando Allah è il più grande. Ma venerdì Allah riposa. Mentre ad Aleppo si muore.

Oggi ho paura. Adel mi aspetta alla frontiera con il suo miny bus. E’ l’unico appuntamento che ho, spero di arrivare entro le 11 e 30, prima che inizi la preghiera. E’ da oltre un mese che manco da Aleppo. Son successe tante cose. E’ stata istituita la Sharia Court. Rapito un amico. Ammazzato un altro amico per cui dell’assassinio sono stati incolpati e assolti i miei migliori amici di questa zona della Syria. Che ora non ci sono perchè il colpevole dell’assassinio non è stato ancora deciso e la famiglia della vittima ha sete di vendetta. La strada è cambiata. Non c’è più il grande check point di “Industiral City Sheikh Najar”, prima bisognava fare una lunga deviazione, ora si tira dritto fino ad Aleppo. Le strade brulicano di gente che corre e torna dal mercato. Il traffico è estenuante. Come in tutte le città arabe, come in tutte le grandi città del mondo. Se non ci fossi gia stata, penserei quasi di trovarmi nella chiassosa notmalità di un venerdì mediorentale. Dal confine turco Aleppo si raggiunge percorrendo una strada che corre lungo prati coltivati e villaggi rurali. Lentamente dalle campagne, ci si immerge tra quartieri industriali e case popolari. Oggi c’è il sole. Sono abituata al rombo degli aerei che ti tormenta orecchie e cervello, quando c’è il sole. Che strano, finora soltanto un boato in lontananza. Ai check point i ragazzi sono allegri, alcuni ci fermano, sorrido, mi chiedono se sono una giornalista, di mostrar loro i documenti. Rispondo di no. Si avvicinano incuriositi. Mostro il borsone di medicine e scarpe. Il sorriso si allarga e quasi sempre dalla bocca esce un – Mash’Allah, mandata dal Signore.

Iniziano i primi mucchi di immondizia. La spazzatura che prima costeggiava la strada a formare un muro lungo chilometri, pare essere notevolmente diminuita. E’ un problema serio la spazzatura. La Leishmaniasis in Syria sta dilagando e Aleppo in particolare è dilaniata dal tifo.

Scendo a Bustan al Q’sser, è pieno di gente, i generatori in azione, i negozi aperti offrono caffè, granite, pollo arrosto. I commercianti urlano la vendita di frutta, verdura, noccioline, ci sono banane dappertutto. Grandi, gonfie, marca Ciquita. Chiedo da dove arrivano, un signore indica un punto verso la zona sotto il controllo del regime.

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Shelling on the Old City

E’ quasi mezzogiorno. Dalla porta d’entrata della moschea una fila di persone in attesa, si allunga fino in strada, tra i banchi del mercato e le macchine. I bambini si rincorrono non curanti dei suoni di guerra che arrivano dalla Città Vecchia a meno di due chilometri di distanza. Giocano, ma lo sguardo rivela una saggezza inconsapevole, quell’esperienza forzata e spietata che la vita impone. O impari o muori. Nonostante siano passati due anni dall’inizio della rivoluzione, la gente continua a fare figli. E’ pieno di neonati. Nelle case, sui fronti, negli ospedali. Penso al numero crescente di suicidi nel mio paese, detentore di uno dei primati mondiali per bassa natalità annuale. In Syria, la rivoluzione pare reggersi sull’energia dei bambini, i loro sorrisi, la proiezione del loro futuro.

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Inizia la preghiera. Si piega la testa, il busto, ci si inginocchia, si bacia la Terra. Più si è, più Allah sarà propenso all’ascolto.

Il Corano consiste di 114 capitoli. Centoquattordici sura, un frattale del periodo di tempo trascorso tra Buddha e Mohammed, in base alla teoria secondo cui la civiltà umana è funzione della geologia della Terra. Cinquecentosettanta anni tra Buddha e Cristo e cinquecentosettanta anni tra Cristo e M’hammed, che sommati danno un totale di millecentoquaranta anni, ovvero 114 x 10. Il Corano racchiude in se la formula matematica del tempo quadridimensionale basata sul codice 0 – 19. La scoperta è da attribuire a uno scienziato di origine egiziana laureatosi in biochimica all’Università della California, il quale scoprì la relazione tra il codice 0 – 19 dei Maya e il 19 del Corano. Lo scienziato fu assassinato il 31 gennaio del 1990. Egli aveva in mente di fare una traduzione del Corano e sarebbe stato il primo arabo a tradurre il libro sacro in inglese. Quando iniziò la traduzione, si rese subito conto di una misteriosa particolarità. Dei 114 capitoli, ce ne erano 29 che avevano una “lettera mistica” all’inizio. Sottopose il Corano ad un’analisi computerizzata. Analizzò ognuno dei 6436 versetti, cercando di determinare il significato delle misteriose lettere mistiche e scoprì che tali lettere, si trovano ogni volta che ricorre il numero 19. Pubblicò le sue ricerche negli anni ’80 e i giornali scientifici gli dedicarono molta attenzione. In quel periodo di breve ma intensa fama, egli affermò che per essere musulmani, si ha bisogno del Corano soltanto. Tale scoperta e lo sconvolgimento che ne derivò, portarono a credere che l’Islam storico stesse cadendo, perchè lo stesso aveva rigettato il Corano come testo, seguendo invece gli “hadith” inventati e le innovazioni de la sunna. Lo studioso affermò che gli hadith e la sunna stanno al Corano, come la Chiesa cattolica sta all’insegnamento originario di Gesù. Nel 1984 il governo dell’Arabia Saudita, trovò e bruciò molti dei libri e documenti relativi alla scoperta. Lo scienziato morì nella moschea che curava, a Tucson, in Arizona. Assassinato da un gruppo islamico proveniente da Colorado Springs, la mattina del 31 gennaio del 1990.

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Nel Corano si afferma che non vi è distinzione tra i messaggeri. I messaggeri vengono mandati a tutte le genti, a tutte le culture, in ogni tempo. Nel tempo, tutti i messaggi ultimi, comprendono e consumano tutti i messaggi precedenti. Il Corano racchiude il segreto della religione Universale, il messaggio della Legge del Tempo. Un messaggio che prova l’esistenza di una matematica della quarta dimensione e che in realtà, nella quarta dimensione il numero è il suo vero e proprio linguaggio. Alla radice di ogni cultura vi sono i numeri 13 e 20. In lingua sanscrita, 20 consonanti e 13 vocali; nel linguaggio degli alberi dei drudi, 13 lune che prendono il nome degli alberi e un alfabeto di 20 lettere. Esiste una matematica superiore e sacra, basata sul 20 e non sul 10, un sistema vigesimale, anziché decimale. L’essenza del tempo, non è nella durata, computata in ore, minuti e secondi meccanici. L’essenza del tempo è nella percezione. Ovvero nella capacità di percepire la sincronicità tra le venti dita di mani e piedi e le tredici articolazioni principali, riflesso delle tredici lunazioni.

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La città vecchia di Aleppo è un ricordo che scema come il rosso del sangue sulle macerie che la raccontano.

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Un botto fortissimo, all’improvviso, interrompe i discorsi, il sorriso, immobilizza passi e pensieri, i gesti veloci dei commercianti, gli sguardi al cielo, mille mani appoggiate sulla fronte per vedere meglio, capire da dove, questa volta e quale palazzo è stato colpito. Quanti bambini sono morti abbracciati alle loro madri e quanti padri correranno dal mercato per vedere a chi è toccato, per urlare un dolore che non dimenticheranno e si trasformerà in vendetta. Una nuvola di fumo e polvere si alza gigantesca, imponente, maestosa. La gente inizia a scappare, è la prima esplosione e solitamente gli aerei colpiscono due volte di seguito, a una distanza di tre, sette minuti. Sono MIG 21. Non li senti, non li vedi. Finché le prime grida ti squarciano il cervello e allora un rombo assordante le copre e mentre corri, spalanchi gli occhi e finalmente lo vedi. Un riflesso d’argento si avvita nel cielo sparendo nell’inferno del tuo paradiso. Lo cerchi, lo segui, lo aspetti. Ma è sempre troppo tardi. Quando ti accorgi di lui, qualcuno è già morto.

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Il target probabilmente era un’ospedale a duecento metri dal bombardamento. Le donne urlano rassegnazione e rabbia – Perchè non si giunge a un accordo? Basta guerra, non abbiamo più figli da sacrificare! – Se l’esplosione avesse colto l’obiettivo, sarebbero morti circa venticinque ragazzi, ricoverati per ferite da arma da fuoco. E’ stata invece colpita un’abitazione. E sono morti tre bambini.

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Aleppo vive di notte. C’è il copri-fuoco, i giornalisti non escono perchè i fotografi non possono lavorare e di notte pagano la stanza, non il fixer. Ma come in molte altre zone di guerra, gli obiettivi si circondano dopo il tramonto. Si attacca dopo la mezzanotte. Ci si nasconde poco prima dell’alba.

Mi sveglio all’ennesimo razzo che illumina il cielo, direzione Città Vecchia. Dormo in una casa lontana, a circa due chilometri e mezzo dall’obbiettivo dei bombardamenti, il IV piano di un palazzo dietro una zona nemica. I razzi partono da lì, il rombo di lancio squarcia l’udito. Dal quartiere delle manifestazioni, Bustan Al Q’sser, partono dei colpi di Shilka, la contraerea. In Libya festeggiavamo a colpi di cannone, si usava la shilka invece dei fuochi d’artificio, perchè ogni suo rombo è seguito da una luce rossa che taglia l’orizzonte. In Syria il cielo sembra piangere fiocchi di sangue. Qualcuno bussa alla porta, la proprietaria di casa che abita al piano di sopra, si lancia nella stanza con i tre figli aggrappati alla gonna. Lo sguardo atterrito, i bambini tremano, la bocca spalancata, le mani sulle orecchie, gli occhi sbarrati sulla finestra aperta, la madre la chiude, io la riapro dicendole che i vetri sono peggio delle lamiere. Ci sediamo, la abbraccio, preghiamo, ma la voce non esce e le parole sono sussurri di terrore, troppo grande, insopportabile, pregno del dolore della paura e del ricordo del sangue di due anni di guerra. Botto. Fischio. Luce. Esplosione. Lacrime. Le vene sottili delle mani dei piccoli sembrano esplodere ad ogni boato. Mi guardano in cerca di risposte, all’ennesimo bombardamento comincio ad urlare – Allah akbar Allah akbaaaar!!! – La madre mi guarda incuriosita, sorrido, guardo i bambini, stringo i pugni, le braccia al cielo – Allah akbar, hada nahne, Allah akbaaaaar! Dio è grande, siamo noi a bombardare, Jesh al Hurr, sono i ribelli! Dio è grandeeee! – I bambini allentano la presa delle mani sulla gonna, deglutiscono, sorridono, stringono i pugni e con me urlano Allah akbaaaar. Ora ad ogni esplosione, facciamo festa. E se ci colpiranno? Immagini di morti già vissute mi martellano il cervello – se saremo noi i prossimi, se sarò io a vivere, cosa dirò al padre? Se uno solo dei bambini sopravviverà, mi condannerà per averlo ingannato – avevi detto che stavamo vincendo, che i botti erano i nostri amici, che non c’era nulla di cui avere paura. Cosa dirò quando atterrito dal silenzio del sangue dell’ingiustizia mi chiederà – P E R C H é.


What is normality to you?#Cos’è per te la normalità?

Aleppo – SYRIA

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Bizarre how the spirit can adjust and get used to anything. Disgusting the deep lack of perception of who is addicted to adrenaline, success, money and nothing else. According to the majority of journalists that were covering frontlines in Halep: “there is nothing interesting anymore, life is normal”.

You can walk around in the market without fearing to get shot by a sniper, it’s true. You’ll probably feel safe even if warplanes are flying around. They will not target the market, they will not bomb one of the business run by the government on the enemy’s side. You’ll maybe get shot if you’ll try to clean the garbage on the streets. The sky at night it’s a battle of lights and explosions, but journalists sleep at that time. “I can’t take pictures anyways at night, who cares”.

It’a shame, because who has the opportunity and responsability to inform the world, seems to have no interest about real lives behind frontlines. Not everyone, but the majority of who is building the appearence of this war. Few of them are incredible Beings hambdullah.

..people are just going completely nuts, here.
But there is nothing interesting anymore in Halep, life is normal.

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Incredibile osservare i livelli di adattamento dello spirito. Disgustosa la mancanza di percezione di chi gode unicamente della tipologia di dipendenza che l’adrenalina, il successo e i soldi provocano. Secondo la maggior parte dei giornalisti presenti sui fronti ad Aleppo: “non c’è più nulla di interessante ad Aleppo, la vita è normale”.

Puoi camminare tra le vie del mercato senza più provare quell’atroce terrore di essere colpito da un cecchino, è vero. Ti sentirai probabilmente al sicuro anche se gli aerei da guerra  ti volano intorno. Non prenderanno di mira il mercato, non verrà loro ordinato di bombardare uno dei business che il governo esercita sul fronte nemico. Forse ti spareranno se proverai ad aiutare a pulire l’immondizia sulle strade. La notte il cielo è una battaglia di luci ed esplosioni, ma i giornalisti dormono a quell’ora. “Non posso fotografare di notte, comunque, chissene frega”.

E’ un peccato, perchè chi ha l’opportunità e la responsabilità di informare il mondo, sembra non avere interesse per la vita che scorre dietro ai fronti. Non tutti, ma la maggioranza di chi sta costruendo lo scenario di questa guerra. Alcuni di loro sono Esseri incredibili, grazie a Dio.

..la gente sta soltanto uscendo pazza, qui.                                                                                                                                                                                                                                                                  Ma non c’è più niente di interessante ad Aleppo, la vita è normale.


Il sole e la guerra#The sun and the war

A parte le usuali considerazioni, psicologicamente parlando, la guerra è un fenomeno che sconvolge l’anima alle radici della percezione. L’istinto che porta al sorriso, in Syria, è mutato in terrore. Quando il sole splende fiero e caldo, il cielo è limpido, la terra accogliente, l’essere si sente rassicurato e lo spirito sorride. Non in Syria. In Syria, quando c’è il sole, ci sono gli aerei. Aerei da guerra. In Syria, quando ti svegli e c’è il sole, il sorriso si rompe nello sguardo atterrito dei bambini che con la bocca spalancata sembrano voler divorare il rombo che si avvicina. Come il loro spirito soltanto, fosse in grado di inghiottire il dolore del silenzio all’alba di un nuovo giorno.
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Apart from the usual considerations, psychologically speaking, war is a phenomenon that upends the soul at the roots of perception. The instinct that leads to a smile, in Syria, is mutated in terror. When the sun shines proud and warm, the sky is clear, the earth is welcoming, the being feels reassured and the spirit smiles. Not in Syria. In Syria, when the sun is shining, there are planes. Warplanes. In Syria, when you wake up and the sun is shining, the smile breaks in the terrified look of the children who, with wide open mouth, seem to want to devour the approaching roar. As if only their spirits could swallow the pain of silence at the dawn of a new day.

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Dipendenze e adrenalina

 

Bulimia e fronti di guerra. Le dipendenze non sono malattie, sono modi di vivere.                                                                        Osservazioni                                                                                                                            

E’ talmente potente la guerra, che sui fronti ti passa pure la bulimia. Per quanto ora finalmente riesca a gestire il mio “vizietto”, la guerra è l’unico sistema in grado di liberarmi totalmente dalla prigionia dei disturbi alimentari. Come l’amore. Con la guerra però la sensazione di un pensiero libero dai tranelli del cervello, dura più a lungo. In guerra scompaiono anche gli attacchi di panico. Il tempo è regolato dall’essenza di un’emozione che segue azioni non consuete. I giochi della mente non trovano spazio.

Comincio a pensare al cibo, il giorno prima di uscire dalla dimensione guerra. Solitamente non cedo ma sento crescere un’ansia sottile che promette vuoto. Per tre pacchetti di patatine e un Raider, a marzo in Syria, fu questione di qualche minuto non rimanere incastrata in una casa che poco dopo divenne un target. Albeggiava appena, i muri tremavano, non c’era luce, non potevo aprire la finestra perchè era zona di cecchini. Faceva molto freddo quando mi misi sotto le coperte decisa a viziare il mio vizio almeno una volta. Notte. Ero in preda a un attacco d’ansia dovuto al calo di adrenalina e alla sensazione di bombardamenti imminenti. Iniziai a mangiare. La giornata non era stata delle più comuni. Avevo conosciuto una giovane signora coraggiosa che mi propose di andare a passeggiare nella black area, le due grandi piazze governative. Il giorno prima in ospedale, erano arrivati vari bambini feriti o morti che avevano commesso l’errore di giocare in strada dopo il tramonto. Li accarezzavo mentre sentivo crescere una rabbia incontrollabile per cui ero decisa a voler capire chi li avesse colpiti. Le undici di mattina circa. Mi misi il burqa e una lunga veste nera, da uomo, aperta davanti. Si vedevano jeans e scarponi ed ero più alta della media delle donne siriane. Ero ridicola ma decidemmo di provare. La mia amica indossava un hijab a coprire i capelli soltanto. Uno dei suoi figli era un’attivista armato ma il governo ancora non lo sapeva perchè il ragazzo si occupava di missioni specifiche e ben organizzate. Non usciva durante il giorno. Non abitava con la madre e la famiglia, la cui casa si trovava in una delle due zone controllate dal governo. La mia amica era conosciuta ma non ancora un target. Indossando il burqa (integrale, retina e secondo velo sugli occhi), avevo il dovere e diritto di non rispondere né parlare. Camminavamo a braccetto, con passi veloci, la testa appena rivolta verso il basso. Ai muri dei palazzi governativi erano appese fotografie gigantesche di Bashar Al Assad. Sui tetti, all’angolo di ogni edificio, gruppi di tre, quattro cecchini puntavano l’orizzonte in fondo alla strada. Sentivo gli sguardi penetrarmi l’anima e la schiena. I soldati ammiccavano ridendo e qualcuno disse: vedrete donne che fine farete tra poco con quel burqa! Da quando era iniziata la rivoluzione, le donne di Idlib decisero di indossare il burqa a coprire il volto interamente. Prima vestivano l’hijab soltanto, alcune nulla. I soldati del governo mal sopportano il fatto di non poter riconoscere un volto. Né amano chi pratica una filosofia. Varie moschee dei paesi tra le montagne della regione sono state assalite, distrutte, filmate mentre i ragazzi in divisa pisciano sui tappeti di preghiera cantando filastrocche di scherno su Allah. Camminammo al centro dei viali lungo le due piazze, scavalcando i sacchi di sabbia dei check point e passando a pochi centimetri dai cecchini. Ci guardammo negli occhi due volte con due soldati. All’inizio percepii odio. Poi vidi l’aura bucata di un bambino sperduto. L’aura dei cecchini è spenta come un mattino senza speranza. Grigia con sfumature più intense tendenti al bleu o viola. I buchi sono fori minuscoli e asimmetrici che dalla zona grigia corrono verso gli strati sottili intorno al corpo. Quando la coscienza si macchia, l’aura sbiadisce fino a scomparire.

Come le persone, anche i luoghi hanno una lora aura. Avvicinarsi al cuore di una città in guerra, significa saltare tra le dimensioni degli anelli di una spirale che si snoda tra i quartieri. Si poteva guardare da una certa distanza, Idlib. Entrarci era difficile. Da un tratto di strada lungo un uliveto, si potevano arrivare a vedere i carri armati sulla “corniche”, l’ultimo anello prima delle zone abitate intorno alla città vecchia. Le radici della rivolta nascevano nella medina. Il mio amico di Qurin, ventitre anni, padre da poco meno di un anno,  disertore dell’esercito, si rifiutò di accompagnarmi. Mi affidò a un essere particolare di un paese vicino. Era mattina. Tardi, le dieci e qualcosa. Parcheggiammo tra gli ulivi. Scesi dalla macchina, mi misi l’hijab. Montai  sulla motrice di un camioncino, aperto dietro, vuoto. Il tipo era castano chiaro tendente al rosso. Si muoveva con un’eleganza sottile e decisa. Gli occhi disprezzavano la vita ma erano immersi nell’emozione della lotta per la sopravvivenza. Aveva appena ammazzato quattordici persone. Con una k’mbala, una bomba fatta in casa ed esplosa in un preciso momento di qualche ora prima, mentre passava un pulmino. Pare fossero tutti shabiha. Due mesi prima un gruppo di shabiha, gli uomini del governo che agiscono in borghese, erano entrati a casa sua, avevano legato la moglie e sparato uno per uno ai loro sei figli. Qualche settimana dopo lei era di nuovo in cinta. Lui era incazzato come gli esseri dei cieli e non aveva ancora abbastanza da perdere. Disse che non ci sarebbe stato problema, ché mi avrebbe portata lui dentro Idlib.

La mattina in cui arrivai nella città vecchia, sentii gli occhi spalancarsi di stupore mentre osservavo le donne in burqa e tacchi alti camminare tra le pozzanghere del suq siriano. Immerse nel loro buio e tra i colori della vita. In un silenzio quasi assoluto. Erano mesi ormai che la gente viveva ogni istante del giorno e della notte pensando che presto qualcuno avrebbe dato l’ordine di attaccare. Dopo i primi bombardamenti che da circa sei mesi, con costanza, colpivano i palazzi più esposti della medina, gli abitanti iniziarono a pensare di doversi abituare ai boati, alle lacrime, alla paura. Piano piano la vita riprese a pulsare tra le vie del mercato in un brulicare di sussurri e figure danzanti nel silenzio dei rumori della guerra.

Sei giorni dopo, alle 4 di mattina del 10 marzo, il primo boato colpì un palazzo distante duecento metri circa. Stavo finendo di mangiare il terzo pacchetto di patatine. Feci finta di niente e scartai il dessert. La seconda esplosione fece tremare vetri e persiane mentre mangiavo la seconda barretta di Twix. Se avessi avuto altro cibo avrei continuato ad ingozzarmi senza percepire paura né sapore, intrappolata nell’appagante oblio della mia dipendenza. La gente iniziò ad urlare correndo in strada. Mi infilai le scarpe.

La città era sotto assedio, i carri armati stringevano le fila sulla “corniche”, la via principale che chiude la città in un anello di catrame. Da tre giorni provavamo ad uscire ma le strade si chiudevano una dopo l’altra, di ora in ora. I check point erano tanti e volanti. Sull’unico tratto percorribile per attraversare la corniche in macchina, erano stati eretti muri di terra. Quel giorno ero insieme a tre grandi persone, un fotografo, un cameraman e un siriano che spesso chiamo fratello. Volevamo uscire dalla città, non dalla Syria. Andare in una fattoria a un chilometro e mezzo da Idlib. In quei giorni, dentro l’anello di asfalto si viveva in una dimensione i cui ritmi della quotidianeità erano gestiti dal sentimento di paura in ogni sua sfumatura. Sapevamo che il regime stava preparando l’attacco. L’odore dell’adrenalina si infilava sottile tra i vestiti e i pensieri. Non si poteva uscire dalla medina. Né era possibile capire come e quando sarebbero iniziati i bombardamenti.

La notte di quello stesso giorno, scappando tra gli ulivi e i laser dei cecchini, promisi che se fossi uscita viva da tale situazione mi sarei seriamente occupata del mio vizietto. Non era la prima volta che mi veniva in mente di provare a rinunciare per sempre alla mia dipendenza. Ma fino ad allora non trovai il coraggio di promettere. A me stessa o a una qualche entità. Forse non avevo ancora capito chi fosse il mio Dio o probabilmente non lo stimavo abbastanza da comprendere quanto amassi la mia stessa vita. Questa volta mi resi conto di quanto vivere fosse tutto ciò che conta. Ero stata ferita. Avevo il detrito dell’esplosione di un mortaio, dentro. Al centro della linea alba che da sotto il seno si allunga fino allo stomaco. Bruciava. L’unico ospedale agibile era pieno di morti e feriti. Mi convinsero a farmi visitare, ma quando i dottori che conoscevo videro il foro e il sangue sulla maglietta, chiamarono una donna. Chiuse la porta sorridendo. Mi svestii. Prese un coltello e iniziò ad affondare nella ferita con la punta dello stesso. La fermai ringraziandola e dicendo che stavo bene, ché c’erano casi più urgenti da risolvere. Chiamò un dottore che arrivò con una siringa di antibiotico. Rifiutai anche quello, non sapevo cosa fosse e non volevo rischiare di perdere lucidità. Era appena mezzogiorno e i bombardamenti iniziati da poche ore soltanto. Quando uscii dall’ospedale “ridevo” pensando che l’unica cosa di cui avevo bisogno era una tavoletta di cioccolato turco ai pistacchi.

La bulimia è una prigione di strategie. Come la guerra, la cocaina, l’eroina, l’anoressia, le dipendenze. E’ un modo di vivere i cui picchi la mente cataloga come malattia. Una prigione di ossessioni che generano ansia e stati compulsivi non lucidi. Tali stati e sistemi mentali che ne mantengono l’equilibrio, si spalmano tra realtà e comportamenti quotidiani. Il bulimico deve riempire un vuoto che è assenza d’amore. Vuoto dato dalla mancanza di certezze. Insicurezza solitamente provocata dall’incostanza caratteriale di alcuni genitori ligi all’intenzione, non coerenti nell’azione. La polarità accentuata del comportamento di un genitore genera spesso disturbi nell’alimentazione dei figli. Il modo di mangiare, il rapporto con il cibo, riflette il comportamento applicato alla vita. Il bulimico è affamato di emozioni tanto quanto indifferente alle stesse, durante un attacco di fame.  Vuoto è mancanza di disciplina che un figlio interpreta come carenza di interesse da parte del genitore. Fame d’amore. La bulimia ti incastra la vita perchè spesso te la salva. E’ una dipendenza scatenata dal senso di torpore e astrazione che l’attacco di fame e conseguente stato di sospensione apatica, provocano. Gli stadi sono molteplici e variano a seconda di quanto ci si riesca ad amare in un dato periodo.

Ricordo perfettamente il giorno in cui scoprii il trucchetto. Ero a casa di un’amica che stimo e amo come una Sorella. Avevamo appena mangiato gli gnocchi alla romana, quelli di semolino, tondi, alti due, tre centimetri, coperti di burro e parmigiano a scaglie. Non ricordo perchè ma a un certo punto, la mia amica disse: “io quando ho mal di testa, vado in bagno e vomito. Mi viene naturale, mi piego, faccio un movimento con la gola e vomito”. Andai quasi subito a provare. Non mi sembrò difficile, ebbi immediatamente la sensazione di aver scoperto un modo di vivere congeniale. Avevo tredici o quattordici anni. Fisico muscoloso ma da qualche mese meno asciutto. Cominciò un’esistenza nuova e dettata dai ritmi cronici e compulsivi del disturbo. Durante gli attacchi di fame raggiungevo picchi di follia e astrazione totale. Ero in grado di mangiare e vomitare anche 30/50 volte al giorno, nei periodi peggiori. Divoravo decine di libri al mese su anoressia e bulimia, per carpirne trucchi e strategie. Fine anni ’90. Il momento più buio durò due anni. Tra i diciassette e i venti. Frequentavo una scuola di recupero per ragazzi deficienti. No, scherzo. Con tutto il rispetto ma è un dato di fatto l’aver perso troppo tempo tra dinamiche di ribellione inutili. Una piccola scuola di un grande paese. Eravamo una trentina. Ognuno di noi aveva un problema specifico i cui sintomi erano cronici e più o meno violenti. Tutti facevamo uso di sostanze. Da fumare, pippare, ingoiare o iniettare. E’ capitato che il preside ci chiamasse in segreteria per chiederci una botta di cocaina. Due amici sono morti per overdose da pasticche. La mia migliore amica era anoressica e satanista. Io ringrazio ancora il cielo di non essermi rifugiata in nessuna di tali dipendenze. Avevo la mia e le dedicavo il 90% dei pensieri. Un giorno mi venne offerta una polvere che credevo di aver gia provato. La sniffai per accasciarmi sul pavimento all’angolo della stanza centrale, comune alle aulee. Mentre non capivo di che viaggio si trattasse, i miei “amici” dissero che era eroina. La rivelazione provocò fortunatamente uno spavento tale, che mai una volta pensai di avvicinarmi a tale sostanza, ma credo che da quel genere di sistema mi salvò la bulimia. Ognuno ha la sua droga e quando pensi di non poterne uscire, stai scegliendo di perdere. La bulimia è una delle interpretazioni più estreme tra le polarità umane. Ti chiudi in un rapporto d’amore non lucido con il tuo cibo, perchè riempia i vuoti dell’anima. Ti svuoti per lo stesso identico motivo, perchè hai paura che il tuo corpo non susciti interesse, per non rimanere solo. Ogni volta che osservi il cibo cadere per vomito auto-indotto, l’aura sbiadisce. Si buca. Poco o tanto in relazione a quanto sei cosciente di ciò che fai. Nel bene e nel male.

I denti sono l’espressione più vera e ambigua del sintomo della bulimia. Le carie colpiscono colletti e radici. La loro forza è data dall’abbassamento del livello di produzione di saliva in bocca, dovuto a una iper produzione di acidi gastrici che al contempo corrodono lo smalto provocando piccole aperture sotto le gengive, dove si insinua la placca. La placca, quella specie di schiuma bianca che si forma dopo mangiato, è acida. Se non rimossa, diventa carie. La carie è un essere che produce escrementi non alcalini. Acidi. L’acidità di tali escrementi, nel soggetto bulimico, raggiunge livelli tali da dover ricorrere alla devitalizzazione, sostituzione o ricostruzione dei denti. In un individuo bulimico dall’età dell’adolescenza (Italia: 13 – 20 anni), i sintomi sui denti compaiono con violenza e diventano cronici, intorno ai trenta anni.

Quando sei piccolo ti senti invincibile. Le conseguenze delle tue scelte non sono importanti. La coscienza è giovane e spesso sceglie dinamiche di non percezione profonde e irreversibili. Meccanismi cerebrali aggrappati a strutture create per la dimensione materiale di un’epoca in cui le polarità caratteriali vengono smussate e controllate dal denaro che sostiene le case farmaceutiche. Da sostanze catalogate sotto la dicitura: “In prova. Sintomi variabili non confermati”. Improvvisamente non puoi far altro che accettare le conseguenze della tua indifferenza.

Inoltre. L’acido prodotto dalla sovrastimolazione delle ghiandole che fanno da ponte tra stomaco ed esofago, alza il livello del ph nel corpo. Le cellule del cancro sono caratterizzate dal livello di acidità presente. Quando una cellula non è alcalina, è acida e si trasforma in tumore. La quantità di acido prodotto da un essere bulimico puo generare tumori a stomaco, esofago e fegato.

Chi è bulimico è anche anoressico. Gli anoressici sono talvolta bulimici. L’anoressico non vuole percepire. La trasparenza cui anela è un urlo di dolore spietato e punitivo. L’anoressia non lascia spazio ai dubbi. L’anoressico lo riconosci. Come l’eroinomane. Scelte di vita radicali che non ti volterai a guardare. La bulimia invece è falsa e bastarda come la cocaina. Sistemi mentali che regolano ritmi di perfezione apparente. I bulimici e i cocainomani ricorrono alla menzogna più di chi sceglie altri sistemi di dipendenza, perchè il loro ego si nutre del contorno che lo identifica.

La bulimia, come tutte le dipendenze, non è una malattia, ma un modo di essere. Per quanto inconsapevole tu sia, la tua coscienza sta scegliendo quel preciso disturbo che trasformerà in un rifugio segreto in cui annegare la percezione dell’assenza d’amore e relative sfumature.

La guerra ti illude di guarire dalla dipendenza. Come la scelta graduale e spasmodica di sport sempre più estremi. Emozioni ricercate dall’ego per sostituire le dinamiche che portano alla volontà di riempire un vuoto, cedendo alle manipolazioni di un disturbo cronico.

Credere di poter gestire una dipendenza attraverso  la naturale produzione di adrenalina, è come essere convinti che la stessa dipendenza sia un’inguaribile malattia. Entrambi gli estremi giocano il medesimo ruolo. Allontanare l’ego dalla percezione dell’io, attraverso l’esaltazione delle polarità che si nutrono in realtà di illusioni.

Fermati. Osserva. Ascolta.

Accetta ogni pensiero, soprattutto il più mediocre. La percezione è una dimensione che si costruisce attraverso l’ammissione delle proprie debolezze. Fregatene del giudizio altrui. Il tuo corpo presto o tardi, morirà comunque. E’ alla tua anima che dovrai render conto, il corpo serve a questo. Ascolta il respiro del vento, il sangue che ti scalda le vene. Osserva la paura del dolore. Non ti interessa? Non sentirti in colpa. Scegli di non percepire e le illusioni porteranno il tuo corpo nello stesso punto di chi percepisce. L’anima non avrà più tempo di connettersi ai mondi in cui gli esseri volano e si nutrono di luce, ma non importa. Avrà altre vite per capire che la percezione del corpo nella gioia e nel dolore, sono la stessa cosa e l’unica via perchè la Libertà non sia illusione.


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PEYOTE VS COCAINA. SOSTANZE CHE APRONO LA MENTE. ALTRE CHE LA MENTE ANNICHILISCONO.

ENGLISH – http://ottaviamassimo.com/2010/05/25/peyote-vs-cocaine/

peyote

“Era notte. La luna sembrava accendere il deserto e un freddo di ghiaccio fermava i pensieri. Costruimmo un piccolo altare e sopra, al centro, appoggiammo quell’ essere grande come un mandarino, verde come un’oliva, pareva ammiccare in spicchi di sorrisi. Lo pregammo. Ché ci desse un “buen viaje”. Che il cammino fosse un incontro di percezioni tra dimensioni sconosciute. Ne tagliammo un altro. Presi uno spicchio, non lo ingoiai. Lo misi in bocca, di lato. Il succo amaro iniziò il suo corso tra le viscere ed il corpo in pochi istanti, sentii mutare in qualcosa che non sembrava appartenermi. Guardai intorno. Pensai di essere in fondo al mare. I rami dell’unico albero a pochi metri, sembravano alghe e fluttuavano tra spirali di colore. Il cielo, un giardino di stelle così vicine che pareva di sognare tra fiori di sole. Sentii gli occhi spalancarsi in un abbraccio e mi fermai ad ascoltare. Improvvisamente capii. Non ero in fondo al mare. Né in un deserto del Centro America. Ero l’universo. La natura. Ero in tutto ciò i miei sensi potessero percepire. I rami di quell’albero non erano corteccia perché nell’istante in cui iniziai ad osservarli, ne vidi la linfa ed ogni cellula avvolgersi in tentacoli di luce. Guardai una nuvola mutare in un profilo di donna. I lineamenti marcati e fieri. Distolsi lo sguardo ed ebbi paura. Chiusi gli occhi e decisi di ascoltare. La voce del deserto un silenzio assordante e più ascoltavo più i pensieri si trasformavano in suoni e versi familiari incomprensibili. Poi improvvisamente chiari. Era la voce della natura. L’ululato di un coyote mutò in parole ed un sibilo beffardo si fece formica. Parlavo con gli animali. Ero un animale. Tornai a guardare il profilo di donna pensando di non trovarlo e quella nuvola inquietante si voltò, spalancando una bocca grande come il cielo e pronta a divorarmi insieme al mondo e alle mie paure. Chiusi gli occhi. Li riaprii quando il terrore mutò in pensieri razionali. L’inconscio spalancava le sue porte e lentamente ogni fantasma pareva sciogliersi nel vento. Ricordi spietati e traumi irrisolti cercavano risposte che finalmente trovarono. Avvertii lo spessore della vita e le esistenze che ore prima definivo meravigliose, mi apparvero reali in ogni loro tormento. Piansi lacrime di pura emozione”. Non servivano parole ma il coraggio di “sentire”.

peyote_Lophophora Williamsii o più comunemente Peyote è un cactus originario del Centro America ed è forse la sostanza in cui l’epoca attuale meno si identifica. Fu scoperto nel 1843 e molte delle tribù centroamericane, perseguitate dagli spagnoli e dalle imposizioni cattoliche, si salvarono grazie alle visioni percettive date dalla mescalina, principio attivo del Peyote. L’ uso dello stesso deriva dalle antiche popolazioni degli Indios messicani che lo consideravano un Dio. I sacerdoti assumevano il Peyote prima delle cerimonie che si trasformavano in lunghe peregrinazioni verso il deserto. Con l’arrivo dei conquistatori spagnoli e l’introduzione forzata del cattolicesimo, l’uso del Peyote fu considerato peccaminoso e diabolico. La repressione dei colonizzatori toccò picchi surreali quando fu stabilita una legge che sanciva morte per impiccagione a chi faceva uso di Peyote. I tentativi di proibizionismo che miravano ad estirparne il consumo, fallirono. Il suo uso si estese dal sud del Messico, attraverso il nord America fino al Canada.

Insieme all’LSD, fu la sostanza più consumata nella cultura psichedelica degli anni ‘60 e ‘70. Allora il fervore artistico creava movimenti culturali difficilmente manipolabili perché nascevano dal coraggio di lottare per i propri sogni. E i sogni per quanto utopici, esistevano. Ora esiste la cocaina. Sostanza che isola annientando le emozioni ed agendo sull’illusione di potere e onnipotenza. Se ogni epoca ha la sua droga, sarebbe interessante chiederci come mai si stia attraversando un periodo artisticamente spento e culturalmente vuoto, nel senso di un’apatia che nutre l’ignoranza. Come mai si sta scegliendo di vivere una sostanza che distrugge le percezioni e stordisce la coscienza? Chi ne fa uso sostiene non essere una droga ma un eccitante. E lo stolto abuso che se ne sta facendo sia dato dall’enorme richiesta che lo stato stesso soddisfa. Possibile che in un momento storico in cui ovunque nel mondo chiara appare la manipolazione di masse da parte di pochi, non si riesca a capire che la cocaina non è la droga adatta a sollevare le sorti dell’attuale declino psico-emotivo? Il sistema attuale di classificazione delle droghe è fondato più su ragioni politiche e culturali che sull’effettivo danno creato dalle sostanze alla salute. Quelle che dovrebbero essere oggettive realtà scientifiche mutano in concetti confusi dalle interferenze delle ideologie, dei retaggi culturali e dei poteri economici. La manipolazione che intere generazioni stanno subendo attraverso la distorta informazione ed effimeri esempi mediatici è un insulto alla dignità umana. Guardiamoci intorno. Siamo nell’era delle case farmaceutiche. Dell’apparenza. Della finzione.

Dell’indecisione di chi ha bisogno di sentirsi forte attraverso una sostanza che annulla la coscienza, offrendo l’illusione di un potere dato dall’esaltazione del proprio io. La cocaina vieta l’ascolto incastrando i pensieri in processi isolati che la mente ingannano e vestono di arroganza. Chissà dove saremo quando la storia di noi racconterà di generazioni sconfitte dalle manipolazioni dei governi. Quanti si chiederanno perché non ci sia stata una reazione effettiva agli abusi di potere. Di noi probabilmente scriveranno descrivendoci come il secolo bruciato dalla cocaina. Dalla smania di potere. Dalla menzogna. Fermiamo il pensiero. Ascoltiamo la coscienza. Osserviamo la realtà. Ci stanno fregando. Ci stanno insegnando a non pensare fornendo strumenti che la mente immobilizzano e del tempo di ognuno abusano. La vita intanto scorre. Prima dell’alba è molto molto buio.

Ottavia Massimo