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Ottavia Massimo © all rights reserved


الحرب War Guerra

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    * English and Italian to follow

الحرب

 سأحاولأنأضعكمفيموقفتشعرونفيهبمشاعرمختلفةكليةعنتلكالمشاعرالتيعادةماأراهاعلىوجوهأولئكالذينيلاحظونويحكمونمنبعيد. فالكتابالصحفيونيكتبونعنالجانبالمرعبوالمروعللصراعاتدونماأدنىإدراكبأنمايقومونبهيزيدمنصعوبةإدراكالناس / القراءلمايحدثفيمنطقةالمعارك. فالموتمعاناة،والفقدانمأساة. لكنليسهذاكلماينتجعنالحرب.

ممالاشكفيهأنالناسيدركونحقيقةالأشياءمنداخلحدودالنظمالاجتماعيةوأنانطباعاتهمتتبلوربصورةتدريجيةنتيجةللديناميكياتالمحددةوغالبًاماتكوننتاجًالمشاعرمتناقضة. فتتأرجحالحربمابينآلياتالرقابةوالحكمالصارموحوادثالاضطراباتالخارجية،وأحيانًاتجمعبينهماسويًا،إلىأنتبلغذروتهابسببشدةوسرعةالأحداث. فصلاًعنأنالحربتعطىصورةًللحقائقالتيقدتبدوبعيدةًعنالسيناريوهاتالاقتصاديةالعالميةلكنهاوثيقةالصلةبها. كماأنالحروبمدعومةبغيابالاهتمامبالشعوبوعدمالاكتراثبهم.

فالحربتخلُفُالفوضى،وهيأمربديهيوغريزيلدىالبشر.

إذإنهاتملأالروحبمشاعرلامتناهيةوتفتحأبوابإدراكالواقععلىمصراعيها.

فالحروبتتحرككالظلفوقرؤوسالشعوب،وكالفيروسالذييضربالشعوببمشاعرمزيجبيناليأسالمطلقالعميق،إلىالمتعةوالسعادةالصافية.

كماتساهمالحروبفيإذكاءالإحساسبالكروبوالتيتصبحغيرمحتملةوتنفجرفيصورةمحاولاتللأخذبالثأروالانتقام.

أضفإلىذلكأنالسخطوالاستياءيؤديانإلىتولُّدالإذلالفينفوسالشعوبوإذكاءالشعوربالظلم،وغيابالعدل.

ونظرًالأنالأماكنتعبرعنفحواهاوعَبَقهاعبرأولئكالذينيعيشونبها،فإنمجردالافتراضبأنقيامأحدمابكتابةتقريرعنالحربمنمكتبهيشبهإلىحدكبيرتخيلأنأيفرديمكنهضمانعودةالروحإلىجسدهمرةأخرىبعدالوفاة. إنمايمكنأنيكونحقيقيًاعنالحربالسوريةهيتلكالتحليلاتالجيوسياسيةالتييطلقهاالخبراءالأجانب؛فضلاًعنالمقاتلينالأجانبالمأجورينللقتلأوالذينتحركهماعتقاداتهمالخاصة؛إضافةإلىانحرافسادةالعالمالماديالراغبينفيممارسةسلطاتالغزولتدميرالبنيةالتحتيةوإعادةبناءهامرةأخرى،تاركينعلامتهمومسمياتهمعلىالأعمالالناتجة.

فالحربتندلعفيفترةزمنيةمعينة،وذلكعندماتتحدمجموعةعناصرداخليةوأخرىخارجيةلإحداثالانفجار. فعمليةتحولالصراعإلىحربتتمبصورةتدريجية. إذإنالحروبلاتندلعفجأةولايجدالإنساننفسهفريسةللحربصدفة.

كماأنهناكعدةأشياءأخرىحقيقيةعنالحربالسوريةوهيالمعنىالحقيقيللإذلالالذييصبهعلىالشعبذاكالديكتاتورالذييبلغمنالعمر 40 عامًا،وتلكالحكومةالتيتبذلكلمافيجعبتهاووسعهالإبقاءالشعبالصوريتحتوطأةتلكالحربوالرعبالمُسْتَعِر. كماأنهناكأمرجدحقيقيوهوذاكالاستخدامغيرالمسبوقللقوةالمفرطةمنجانبالسلطاتالحكوميةضدشعبأعزلتماستغلالمواردهفيصنعوتكوينهذهالقوةالعسكريةفيالجيشالنظامي. كماأنهمنالحقيقيأيضًاذلكالتحولالروحيلأولئكالذينيشاهدونمُدُنهموقُرَاهمتملؤهابحورمنالدماءالمُسال،ولاشيءيملكونهسوىالشكريقدمونهلأولئكالذينيقفونبجوارهمللدفاععنهم.                                                    أوتافياماسيمو                                                                                                                                             

WAR

I will try to make you feel emotions quite different from the ones I usually see on the faces of those who observe and judge from afar.  Journalists write about the terrifying side of conflicts without realizing that in so doing they are making it harder for people to grasp what is really going on in in a battle zone. Death is suffering. Loss. Tragedy. But that is not all war is about.

People perceive things from within the boundaries of social systems and their perceptions evolve gradually as a result specific dynamics and of often contradictory feelings. War oscillates between mechanisms of strict control and instances of extreme disorder, sometimes present together, amplified by the intensity and speed of events.  War also mirrors realities that may be physically distant but are closely connected with global economic scenarios. They are sustained by the absence of any perception of individuals as such.

War is essentially chaos. Instinct. Improvisation. It fills the spirit with endless emotions and opens up the gates of perception. It moves like a shadow over populations, like a virus that strikes people with emotions running from the deepest despair to the purest joy.

It brings in its wake a feeling of anguish which soon becomes unbearable and explodes in vendettas. Discontent generates humiliation and a growing sense of injustice.

Just as places express their essence through those that live there, to suppose that one can report on a war from an office desk is like imagining one can guarantee the soul an after-life.  What is true about the Syrian war are the geopolitical analyses provided by foreign experts; the presence of foreign combatants either paid to kill or driven by their own convictions; the perversion of the Masters of the material world bent on conquering in order to destroy and rebuild, and to leave their mark on resulting work.

War breaks out at a specific moment in time, when a number of internal and external factors combine to explode. The process whereby a conflict becomes a war is gradual. Wars don’t happen by chance, nor does one find oneself in one by accident.

Also true about the Syrian war are the real humiliations inflicted on the population by a 40-year-old dictatorship, and all that the Government has done to keep the Syrian people under its heel through raw terror. Very real too is the unconditional use of a government forces   against the people whose resources helped create that army. But also true is the spiritual transformation of those who have seen their towns and villages run with blood and who can only thank whoever comes to their side to defend them.

 GUERRA 

Proverò a suscitare emozioni diverse dalle espressioni che solitamente leggo sui volti di chi osserva e giudica da lontano. I giornalisti raccontano il terrore dei conflitti, non rendendosi conto di allontanare la reale percezione della verità all’interno di una zona di lotta. La morte è dolore. Perdita. Tragedia. Ma non unicamente ciò che identifica una guerra. La percezione umana all’interno del sistema di una società, si muove attraverso dinamiche graduali e sentimenti contrastanti.  Come la guerra oscilla tra meccanismi di controllo e disordine estremi che si manifestano contemporaneamente e in maniera amplificata nella intensità e velocità degli avvenimenti. Un riflesso più o meno speculare di  realtà lontane ma strettamente connesse dai fenomeni economici mondiali.

Nutrite dall’assenza di percezione dell’ Individuo.

La guerra è essenzialmente kaos. Istinto. Improvvisazione.                                                                 Un’infinità di emozioni che avvolgono l’anima spalancando la percezione.                                   Un’ombra che si allarga a contagiare i popoli attraverso sentimenti che vanno dalla disperazione più profonda alla gioia più pura. Una sensazione di fastidio che diventa insopportabile ed esplode in vendetta. Un malcontento che genera umiliazione e crescente senso di ingiustizia.

Come i luoghi raccontano la propria essenza attraverso chi li vive, pretendere di saper narrare la guerra dalla poltrona di un ufficio, è come supporre di poter garantire all’anima la prossima vita.  Della guerra siriana sono vere le analisi geopolitiche effettuate da analisti esterni. La presenza di combattenti stranieri pagati per uccidere o fomentati da convinzioni  proprie. La perversione dei Signori del mondo materiale, intenzionati a conquistare per distruggere, ricostruire, firmare l’opera finale.

La guerra scatta in un momento epocale preciso, in cui più fattori interni ed esterni si incontrano per esplodere. Al livello per cui un conflitto si definisce guerra,  si arriva gradualmente. Non avviene né ci si trova per caso.

Della guerra siriana sono vere le umiliazioni che la dittatura quarantennale ha inflitto. Gli avvenimenti sporadici attraverso cui il governo ha dominato il popolo infondendo terrore. L’utilizzo incondizionato della forza militare governativa, costruita attraverso le risorse dei  cittadini ed esercitata contro gli stessi. La trasformazione spirituale di chi ha vissuto il sangue del proprio Paese e non può far altro che ringraziare chiunque arrivi a difenderlo.

                                                                                                                                  Ottavia Massimo

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FEAR

Is it worse to live in fear of being hit by a sniper ..or by a cancer?

E’ peggio vivere nella paura di essere colpiti da un cecchino ..o da un cancro?

 

WEB OttaviaMassimo IMG_1149Ottavia Massimo #Syria


Mercenari pontefici e jihadisti. Scelte di vita giudicate e condannate dalle percezioni distorte dei signori delle guerre. Combattere per il dio denaro è dignitoso. Combattere in nome di Allah è terrorismo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/31/onora-tuo-figlio-e-sara-uomo-donore/672961/

ONORA TUO FIGLIO E SARA’ UN UOMO D’ONORE

Ogni volta che lo squillo del telefono annuncia una chiamata da un numero sconosciuto, spero che la voce sia di quell’anima fiera e persa con cui piansi lacrime attonite. Chiama dalle cabine telefoniche. Non ho idea di dove le trovi, non mi sembra ce ne siano più, in giro. Il telefono fa rumori strani più del solito, quando mi chiama lei. Cara mamma non si preoccupi, su quella lista ci sono anch’io. Un giorno mi ha ringraziata scusandosi di non aver ancora contribuito alla raccolta per i medicinali da portare in Siria. Era il 21 giugno. Tre giorni dopo la morte di suo figlio Giuliano.

Eva si aggirava con la sua ombra tra le vie di Antiochia, gli occhi spalancati nello stupore della vita. La prima volta ci incontrammo a Kilis. Entrai nella hall dell’albergo, vidi una donna molto magra seduta su una poltrona. Tremava, portava dei grandissimi occhiali anni settanta, i capelli lisci raccolti in una piccola coda, la bocca increspata. Mi ricordò il fervore di quegli anni di espressione artistica di cui sempre chiedo, ghiotta di storie. Poco prima mi dissero che una signora italiana cercava qualcuno. La guardai, mi guardò. Era sola. Pensai fosse lei, sorrisi, distolse lo sguardo, non mi presentai. Forse ero stanca, non percettiva, non volli sentire l’odore della disperazione, forse. Quella volta a Kilis c’eravamo tutti e tre. Tre sconosciuti. Eva era dura. Forte e fragile come una madre consapevole. Divorata dal terrore, accendeva e spegneva sigarette al ritmo dei tremori alternati di mani e collo. Non le finiva, le spegneva quasi tutte a metà. Cercavamo una soluzione che non vedevo e le dissi che non poteva fare altro che aspettare, ché i musulmani non ignorano il dolore di una madre. La madre è l’unica cosa che sta sopra Allah, nella gerarchia dei valori familiari e sociali. La seconda volta che parlai con tua madre, erano passati circa due mesi dal nostro primo incontro, quattro dall’inizio della tua missione. Eri ancora vivo, c’erano prove concrete. Era aprile. La guerra in Siria stava raggiungendo livelli di perversione inimmaginabili. L’attenzione ormai era rivolta al modo in cui ci si ammazzava, non al numero dei morti. Eva continuava a ripetere: “Ti rendi conto, l’ho accompagnato all’aeroporto, l’ho accompagnato a morire. Era già stato in Turchia, pensavo partisse per un altro pellegrinaggio, avrei dovuto capire. Prima di salutarci, stese il suo tappeto per pregare, tra le fila dei check in. Tremava come una foglia. Li mandano sul fronte come carne da macello. Ti rendi conto.. l’ho accompagnato a morire”. E’ vero. La vita in Siria conta meno della morte. Ma tua madre non sapeva nulla dell’Islam. Se eri ancora vivo dopo quattro mesi di battaglie, significava che combattenti e comandanti ti volevano bene. Mi raccontava che ogni tanto le scrivevi di quanto fossi felice, di quanto avessi finalmente trovato la tua strada. Ti capivo, l’amore dell’Islam è un mantello di carezze.

Non osai contraddirla, tua madre, quando mi disse che facevi parte dei Mujahedin, lei credeva fosse il nome di una qatiba, una squadra – non capisci niente, si chiama così – “Eva, credo si riferisca all’intero gruppo, movimento di stranieri che combattono in Siria per la Jihad, la guerra santa in nome di Allah”. Studiava tutto, provava a rispondere in maniera vaga ma si sentiva che da tempo viveva la gente dei confini. Non ho mai visto un amore grande come quello di Eva. Ma cosa ne sanno tutti di cosa significhi combattere al fianco di una popolazione che ha la condivisione nel sangue Ibrahim, cosa ne sanno di quanta dedizione hai sudato per arrivare a scegliere di morire nella dimensione più perversa e dolorosa della terra. Il vero Islam ti scalda come un sole e come il sole sei solo. Accecato dal riflesso delle tue apparenze criticate dal mondo intero che parla soltanto delle tue ombre e i messaggeri si vendono al denaro non consci dei muri di odio che costruiscono. Che ne sanno qui della colazione con lo Zather, in silenzio, gli occhi socchiusi, il pane tra le dita mentre la guerra ti esplode intorno e sorridi perchè è buonissimo e  se morissi tra un secondo andrebbe bene perchè sei felice.

Ti credevo quando dicevi che in Syria accadono miracoli, i Martiri profumano e gli aerei vengono abbattuti con le preghiere. L’Islam abbracciò la mia vita come una mamma stringe a se un figlio appena nato. Mi ero quasi convinta che saresti sopravvissuto. Ti aspettavo anch’io, non vedevo l’ora di ascoltarti, ero certa che prima o poi ci saremmo incontrati per raccontarci di quanto amare e morire fossero in realtà la stessa cosa. Sentivo attraverso tua madre, un dolore grande, sordo e pregno di quel silenzio che conosco e che nasce dal coraggio di percepire. Ibrahim Giuliano, qui credono che l’Islam sia vestirsi di bombe per farsi esplodere in mezzo a una folla.

Hai scelto di combattere in nome di un Dio che ti imponeva di uccidere o morire. Sei stato più coraggioso di me. Gli assassini che chiamo guerrieri sono il mio scudo. Mi illudo di costruire ponti ma sono viva perché qualcuno ammazza e muore al posto mio. Credevo anch’io nella rivoluzione. In Syria entrai il primo marzo del 2012. Due settimane prima dell’anniversario della rivolta iniziata a Daraa il 15 marzo 2011. Non ostante a Homs fossero appena morti Marie Colvin e Remi Ochlik, il governo degli Assad sosteneva ancora che i filmati e le notizie ufficiali diffuse dai media internazionali circa la Siria, fossero propaganda e in realtà scaramucce irrisorie tra militari e terroristi. Provai ad entrare ufficialmente, il 10 Febbraio. Proprio perché il governo dichiarava che in Siria tutto procedeva regolarmente, alla frontiera si poteva chiedere un visto turistico. Infilai il passaporto sotto lo sportello trasparente, il guardiano lo aprì, mi guardò, bagnò il timbro, iniziò a sfogliarlo. Si fermò ad osservare il visto della Libia, chiamò un collega, mi fece segno di seguirlo. Nella stanza c’era una signora bionda, alta, russa. Non parlava mai, sedeva con aria provocante ma nei modi era scontrosa e fuggiva gli sguardi. Mi interrogarono. Raccontai le verità più opportune. Un ufficiale mi porse un foglio da compilare, il collega lo fermò dicendo di chiamare Damasco. Decisero che non sarei entrata. E’ bizzarra la sensazione di quando ti è vietato vedere qualcosa che ti chiama e chi ti allontana dalla verità è al potere e orgoglioso di nascondere l’orrore di un genocidio. Aspettai ventitré giorni prima di entrare. Illegalmente, a piedi, tra le montagne, mangiando neve. I carri armati pattugliavano strade e foreste, c’erano spie  dappertutto, era una dimensione in cui ogni istante era scandito dal guizzo di un’emozione mossa dalla paura. Entrai per capire quali livelli di perversione l’essere umano è capace di raggiungere. Quando all’opposizione c’erano fucili da caccia senza munizioni. I bambini morivano colpiti dai cecchini al tramonto. Il giovedì si scavavano fosse tra le altalene dei parco giochi. Ci si preparava per le manifestazioni del venerdì. I cimiteri erano pieni.

Si stanno delineando i fronti. Nei modi più disparati, l’Unione Europea manda in crisi per armare i paesi membri dell’alleanza, le guerre islamiche esplodono nel nostro mare e come un’onda di buio le dinamiche individuali o tradizioni e culture proprie dell’interpretazione islamica più feroce, stanno arrivando nere di rabbia, umiliazione e desideri bruciati. Si salverà chi non teme percezione. In Libia e in Siria, chiunque abbia vissuto il sangue che ancora le avvolge, dice che mai avrebbe pensato che il proprio popolo sarebbe volto alla guerra. Anche in Italia, dicono così. Probabilmente Bashar al Assad è stato un ottimo presidente prima dell’anno 2011. Poi si è convinto di dover annientare chiunque la pensasse diversamente e la forza sproporzionata con cui ha tentato di zittire chi si è permesso di criticare i padroni del paese, non poteva che provocare un livello di rabbia così intenso e insopportabile da esplodere oltre i confini a raccontare di quel senso di ingiustizia che è lo specchio del futuro e che conduce alla lotta. La guerra è vendetta. Quando dovrai improvvisamente scegliere, sacrificherai chi ti ha fatto del male. D’un tratto le parole costruiranno muri o alleanze. Attraverso i ricordi, deciderai chi uccidere e imparerai a capire chi ti vuole ammazzare. Non saprai più in chi poter confidare, nonostante l’orrore stia annientando il tuo paese, la vita continua, tra le dinamiche di sempre, amplificate dal terrore di morire. Una mattina ad Aleppo, cercavamo quattro bambini tra le macerie di un palazzo appena bombardato, la ruspa affondava il braccio tra scorci di vita e passeggini. Uscì Muna, quattro anni, tutina rosa, gli occhi socchiusi, la sorpresa della morte che ancora non sai di temere. Io piangevo. Con una mano tenevo la telecamera, con l’altra aiutavo la gente a salire sulle macerie, le lacrime scendevano lente silenziose e regolari. Gli uomini urlavano aggredendo l’obiettivo – Dove siete M u s u l m a n i ? Scavavano con le nocche insanguinate, tra i calcinacci e gli oggetti della vita che in un istante diventa passato, continui a scavare, tra le lamiere della cucina, la foto di tua figlia che sta sotto le macerie, continui a scavare perché forse è viva e quando la trovi, si alza un grido disperato – ALLAH AKBAAAR, anche se è morta.

Avrei voluto conoscerti per chiederti come stesse il cuore e per quanto tempo ancora saresti riuscito a zittire la coscienza. Vidi una foto di te.  Ventitré anni. Avevi gli occhi da guerriero e saggi come quelli di un bambino. Mi innamorai di quello sguardo, del dolore di tua madre che ti cercava tra i confini e le salme dei martiri, mentre eri al centro dell’odio, tra quei combattenti che non vengono pagati per uccidere e morire e che si sentono invincibili perché nella canna del fucile di chi li vuole ammazzare, vedono il Paradiso. Ti cercai tra i fronti per portarti le pene di una donna sconvolta dal frastuono dei sensi di colpa. Volevo dirti che Allah utilizza strumenti più potenti delle armi. Che uccidere serve a poco perché gli stessi nemici troverai nell’inferno di una dimensione ancora più buia. Pregavo Dio di perdonarti. Osservavo le auree degli amici cecchini, bucarsi o sbiadire come il sangue rappreso delle loro vittime. Più uccidi, meno la tua coscienza sarà percettiva. La protezione dell’aura è più o meno effettiva in base al livello di percezione e conseguente coerenza delle proprie azioni. Se uccidi, morirai ammazzato.

Credetti nella rivoluzione finché la vita mi ricordò che la coscienza non perdona frivolezze.  Quel giorno, il sole pareva ammiccare, beffardo come il sorriso di chi ti osserva mentre ti sta per sparare. Mi incamminai verso il campo di ulivi, le lacrime scendevano in bocca salate a soffocare l’amarezza di un’illusione tradita. Sentivo ancora la canna del kalashnikov premere sulla tempia. La guancia bruciare e il cuore battere nel cervello a scandire pensieri di morte. Spara! Allah tutto vede, forza sparami! Si parlava di Islam. Un amico mi colpì in faccia, provai odio e sgomento. Dissi una parola di troppo. Eravamo in quattro, fui salvata dal comandante che veloce afferrò il fucile e ordinò al mio esecutore di sedersi in macchina, davanti. Finalmente arrivammo sul confine turco. Salutai abbozzando un sorriso. Il piccolo rivolo di acqua da saltare era la fogna del campo dei rifugiati di Atma. Mi raggiunsero due ragazzi siriani sui sedici anni, uno era armato di un fucile da caccia. Camminavamo in silenzio, lo sguardo a terra, l’aria calda gonfiava vene e pupille. Qualcuno fischiò. Dai cespugli uscì un soldato e ci invitò a seguirlo in una zona nascosta del campo. Svuotammo le borse una per una. Provai a spiegargli che ero un’attivista, portavo medicine in zone della Syria in cui non arrivavano. Tirai fuori il passaporto, lo prese senza sfogliarlo. Non parlava che turco. Aprì il borsone con le maschere antigas, mi guardò incuriosito e sorrise. Passò allo zaino. Si mise in tasca due torce e un coltello. Perquisì i ragazzi. Poi toccò a me. Facilitai il compito aprendo le tasche della giacca. Iniziò a frugare, toccandomi il seno. Passò alle tasche inferiori e mi infilò una mano tra le gambe. Feci un balzo indietro, dissi – Lutfen eh! Per favore! Si portò il dito alla bocca – shhhhh! disse, indicando la strada lontana duecento metri. Tirai fuori le tasche dai pantaloni e con la rabbia che mi scoppiava negli occhi dissi – shuf, ma fi shei! Guarda, non c’è niente! Si avvicinò e fece cenno di girarmi. Alzò la giacca. La lunga maglia. La maglietta. Si appoggiò con il bacino, le mani sui fianchi, la voce nel collo – sh h h h. Si scostò. Sentii le dita scorrere sulla cinta. Si appoggiò di nuovo, infilò una mano ad afferrare le mutande, l’altra a tirare giù i pantaloni. Sentii i pensieri arrendersi in un vuoto senza speranza. Mi apparvero all’improvviso, immagini di donne siriane. Silenziose, indifese, terrorizzate. Splendide e senza documenti. Feci un balzo in avanti e iniziai a urlare. I due ragazzini mi invitarono a tacere. Urlai più forte. Presi le borse, mi incamminai verso la strada. Il soldato mi richiamò, non mi girai. Caricò il fucile, ordinò qualcosa, mi voltai con gli occhi gonfi di odio e disprezzo. Si avvicinò, allungò la mano. Mi misi la destra sul petto. Si avvicinò ancora, con il braccio teso. Allungai la mano, me la strinse, sorrise, disse – Tamam? Tutto a posto? Risposi tamam e me ne andai.

Mi sento piccola per raccontare il dolore siriano. Osservo una guerra che esplode e come un’ombra si allarga in relazione al livello di percezione o indifferenza che il resto del mondo rivela. Vedo la gente ammazzarsi sapendo di combattere un nemico sconosciuto e lontano dal sangue di cui si nutre. Respiro un’ingiustizia che nasce dall’umiliazione, muta in vendetta ed è così simile alla mia rabbia, le storie del mio paese, così uguali ai racconti degli amici siriani che descrivono la vita prima della guerra. Li ascolto pensando di parlare con i fratelli italiani. Chiudo gli occhi, immagino di essere a Roma. E’ venerdì, squilla il telefono: “ciao. Ti devo dire una cosa. Oggi alla manifestazione è esploso un mortaio, Marco e Cristina sono in ospedale. Francesco ha provato a soccorrerli. Gli hanno sparato. E’ morto. Marco ha perso un piede, Cristina un braccio”. Osservo chi con me piangeva l’assenza di giustizia, nutrirsi ora del denaro insanguinato cui si è venduto. Piango il tempo in cui eravamo in tanti a pensare di poter trasformare il dolore. I cecchini di oggi, il futuro di ieri. Ragazzi universitari, lavoratori o perditempo, erano i volontari dei primi ospedali da campo. La parola libertà si infilava tra i discorsi e i pensieri come l’ossessione di un desiderio irrinunciabile. Piango quella libertà che era utopia. Di sogni si vive di illusioni si muore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Ottavia Massimo


Eternal Homes holy Fridays

March 6 – 2012 – Edlib, Syria

The Free Syrian Army was not yet officially FSA. The regime was holding the City through a complete unconditional use of weapons. Helicopters, tanks, snipers. Against some hunting guns without ammunitions.

Edlib

March 6 – 2012 – Edlib, Syria

What’s that Wael?

Nothing. Some graves.

In the playground.

Yes. It’s thursday, tomorrow demonstration. Just getting ready.


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Holy Friday. Bloody Friday

ITALIAN + PHOTOS – http://ottaviamassimo.com/2013/05/31/venerdi-santo-venerdi-sangue/

MAY 2013 – Aleppo, SYRIA

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Friday Aleppo is Bustan al Q’sser. An area of palaces that chases each other, from the bridge over the river,  up to the Old City. In Syria friday is a dangerous day. A day of rest. For Allah. The day when you gather at Shar al Bad’r  to pray,  screaming all together Allah is the greatest. But on Friday, Allah rests. While in Aleppo you die.

Today, I’m afraid. Adel is waiting for me at the border with his miny bus. It is the only appointment that I have, I hope to arrive by 11:30, before the beginning of the prayer. It’s been more than a month that I don’t go to Aleppo. So many things have happened. It was established Sharia Court. Kidnapped a friend. Killed another friend for which, of the murder, were blamed and acquitted my best friends in this part of Syria. Which are not here now, because the guilty of the murder has not yet been decided and the victim’s family is thirsty of revenge. The road has changed. There is no longer the great checkpoint “Industiral City Sheikh Najar”, before you had to make a long detour, now you pull straight up to Aleppo. The streets are crawling with people running and coming back from the market. The traffic is exhausting. As in all Arab cities, as in all the great cities of the world. If I had not already been, I would almost think of being in the noisy normality of a Middle-Eastern Friday. From the Turkish border, Aleppo is reached via a road that runs along cultivated fields and rural villages. Gradually from the countryside, you are immersed among industrial districts and housing. Today it is sunny. I’m used to the roar of the planes that haunts you ears and brain, when it is sunny. How strange, so far only a roar in the distance.

The boys at the check points are happy, They stop us, smile, ask me if I’m a journalist, to show them the documents. I say no. They approach intrigued. I show the bag of medicines and shoes. The smile widens and almost always, from the mouth comes a – Mash’Allah, sent by the Lord.

Begin the first piles of garbage. The trash that before skirted the road to form a wall miles long, seems to be greatly diminished. It ‘a serious problem the garbage. In Syria Leishmaniasis is spreading and Aleppo, in particular, is ravage by typhus.

I get off at Bustan al Q’sser, is full of people, the generators are working, shops are open, offering coffee granite, roast chicken. Traders shout the sale of fruits, vegetables, peanuts, bananas are everywhere. Large, swollen, brand Ciquita. I ask where they come from, a gentleman indicates a point towards the area under the control of the regime.

It ‘almost noon. From the front door of the mosque a line of people waiting, stretches up to the street, between the market stalls and cars. Children chase each other not caring of the sounds of war coming from the Old City at less than two miles away. They play, but the look reveals an unconscious wisdom, that forced and ruthless experience that life imposes. Learn or die. Two years have passed from the beginning of the revolution, but people continue to have children. It’s full of newborn babies. In the houses, on front lines, in hospitals. I think about the growing number of suicides in my country, holder of one of the world records for low birth annually. In Syria, the revolution seems to stand on the energy of children, their smiles, the projection of their future.

The prayer begins. You bend the head, bust, kneel, you kiss the earth. The more we are, the more Allah will be inclined to listen.

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The Qur’an consists of 114 chapters. One hundred and fourteen sura, a fractal of the period of time between Buddha and Mohammed, based on the theory that human civilization is a function of the geology of the Earth. Five hundred and seventy years between Christ and Buddha and five hundred and seventy years between Christ and M’hammed, that add up to a total of one thousand one hundred and forty years, 114 x 10. The Qur’an contains in itself the mathematical formula of four dimensional time based on code 0-19. The discovery is attributed to a scientist of Egyptian origin who graduated in biochemistry at the University of California, who discovered the relationship between the code 0-19 of the Maya and 19 of the Qur’an. The scientist was assassinated on January 31, 1990.

He had in mind to do a translation of the Koran and he would have been the first Arabic to translate the holy book in English. When he began the translation, he realized a mysterious peculiarities. Of the 114 chapters, there were 29 who had a “mystical letter” at the beginning. He subjected the Qur’an to computer analysis. Analyzed each of the 6436 verses, trying to determine the meaning of the mysterious mystic letters and discovered that you will find those letters, every time that the number 19 recurs.

He published his research in the ’80s and scientific journals dedicated to him a lot of attention. In that brief but intense period of fame, he stated that to be Muslim, you need only the Qur’an. This discovery and the upheaval that ensued, led to believe that the historical Islam was falling, because the same had rejected the Qur’an as text, following instead the invented “Hadith” and innovations of the Sunna. The researcher stated that the Hadith and the Sunna are the Koran, as the Catholic Church is the original teaching of Jesus.               In 1984, the government of Saudi Arabia, found and burned many of the books and documents concerning the discovery. The scientist died in the mosque of which he took care, in Tucson, Arizona. Murdered by an Islamic group from Colorado Springs, on the morning of January 31, 1990.

In the Qur’an it is stated that there is no distinction between the messengers. The messengers are sent to all peoples, all cultures, at all times. Over time, all the past messages, include and consume all the previous messages. The Quran contains the secret of the Universal religion, the message of the Law of Time. A message that proves the existence of a mathematics of the fourth dimension and that in fact, in the fourth dimension the number is his real language. At the root of every culture there are numbers 13 and 20. In Sanskrit language, 20 consonants and 13 vowels, in the language of the trees of the druids, 13 moons are named after the trees and an alphabet of 20 letters.

There is a higher and sacred mathematics, based on the 20 and not on 10, a vigesimal system, rather than decimal. The Essence of Time, is not in duration, counted in hours, minutes and mechanics seconds. The essence of time is in perception. The ability to perceive the synchronicity among the twenty fingers and toes and the thirteen major joints, reflecting the thirteen moons.

The old city of Aleppo is a memory that fades as the red of the blood on the rubble that tell it.

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A strong bang, suddenly interrupts the talk, smile, immobilizes steps and thoughts, the fast gestures of the traders, looks to the sky, a thousand hands placed on the forehead to see better, to understand from where, this time, and which building was hit. How many children have died embraced their mothers and how many fathers will run from the market to see who was reached, to shout a pain that they will not forget and will turn into revenge. A cloud of smoke and dust rises huge, imposing, majestic. People start to run away, it is the first explosion and the aircraft usually hit twice in a row, at a distance of three to seven minutes. They are MIG 21. You do not hear them, you do not see them. Until the first cries will start tearing the brain and then a deafening roar will cover them and while you run, you open your eyes wide and you’ll finally see it. A silver reflection threads into the sky disappearing into the hell of your paradise. You seek him, you follow him, you wait for him. But it’s always too late. When you see him, someone is already dead.

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The target was probably a hospital a couple of hundred meters from the bombing. Women scream resignation and anger – Why do not you come to an agreement? Enough war, we have no more children to sacrifice! – If the explosion had hit the target, they would have died about twenty-five boys admitted with gunshot wounds. It was rather hit a house. Three kids died.

Aleppo lives at night. There is a curfew, journalists do not go out because the photographers can not work at night and are charged for the room, not for the fixer. But as in many other war zones, the objectives are surrounded after sunset. The attack is launched after midnight. You hide just before dawn.

I wake up with rockets lighting up the sky over the Old Town. I’m sleeping in a house far away about two and a half kilometers from the objective of the bombing, the fourth floor of a building behind an enemy zone. The rockets leave from there,  the roar of the launch pierces your ears. From the district of the demonstrations, Bustan al Q’sser, some shots of Shilka, the flak. In Libya we were celebrating with cannon shots, the Shilka was used instead of fireworks, because every shot is followed by a red light that cuts the horizon.

In Syria the sky seems to cry flakes of blood. Someone knocks on the door, the owner of the house who lives upstairs, launches into the room with her three children clinging to the skirt. Terrified looks, the children tremble, the mouth open, the hands over the ears, eyes wide open on the window, her mother closes it, I  reopen it saying that the glasses are worse than the sheet metal. We sit, we hug, pray, but the voice does not come out and words are whispers of terror, too big, unbearable, filled with the pain of fear and remembrance of the blood of two years of war. Bang. Whistle. Light. Explosion. Tears. The thin veins of the hands of the children seem to explode at every roar.

They look at me seeking answers, another bombing, I start to scream – Allah akbar Allah akbaaaar! – The mother looks at me curiously, I smile, I look at the kids, I clench my fists, arms in the air – Allah akbar, hada nahne, Allah akbaaaaar! God is great, it’s us bombing, Jesh al Hurr, they are the rebels! God is greaaaaaat! – The children lose the hold of the hands on the skirt, they swallow, smile, shake their fists and scream with me Allah akbaaaar. Now at each explosion, we celebrate. And if they hit us? Images of deaths already lived are hammering the brain – if we will be the next, if I will live, what to say to his father? If only one of the children will survive, he will condemn me for having deceived him – you said that we were winning, that the barrels were our friends, that there was nothing to be afraid of. What will I say when terrified by the silence of the blood of injustice he will ask me – WHY ‘.

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PHOTOS: http://ottaviamassimo.com/2013/05/31/venerdi-santo-venerdi-sangue/


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Venerdì Santo. Venerdì Sangue.

ENGLISH – http://ottaviamassimo.com/2013/06/13/holy-friday-bloody-friday/

Venerdì Aleppo è Bustan Al Q’sser. Una zona di palazzi che dal ponte sul fiume, si rincorrono fino alla città vecchia.Venerdì in Syria è un giorno pericoloso. Un giorno di riposo. Per Allah. Il giorno in cui tutti insieme ci si riunisce a Shar al Bad’r per pregare urlando Allah è il più grande. Ma venerdì Allah riposa. Mentre ad Aleppo si muore.

Oggi ho paura. Adel mi aspetta alla frontiera con il suo miny bus. E’ l’unico appuntamento che ho, spero di arrivare entro le 11 e 30, prima che inizi la preghiera. E’ da oltre un mese che manco da Aleppo. Son successe tante cose. E’ stata istituita la Sharia Court. Rapito un amico. Ammazzato un altro amico per cui dell’assassinio sono stati incolpati e assolti i miei migliori amici di questa zona della Syria. Che ora non ci sono perchè il colpevole dell’assassinio non è stato ancora deciso e la famiglia della vittima ha sete di vendetta. La strada è cambiata. Non c’è più il grande check point di “Industiral City Sheikh Najar”, prima bisognava fare una lunga deviazione, ora si tira dritto fino ad Aleppo. Le strade brulicano di gente che corre e torna dal mercato. Il traffico è estenuante. Come in tutte le città arabe, come in tutte le grandi città del mondo. Se non ci fossi gia stata, penserei quasi di trovarmi nella chiassosa notmalità di un venerdì mediorentale. Dal confine turco Aleppo si raggiunge percorrendo una strada che corre lungo prati coltivati e villaggi rurali. Lentamente dalle campagne, ci si immerge tra quartieri industriali e case popolari. Oggi c’è il sole. Sono abituata al rombo degli aerei che ti tormenta orecchie e cervello, quando c’è il sole. Che strano, finora soltanto un boato in lontananza. Ai check point i ragazzi sono allegri, alcuni ci fermano, sorrido, mi chiedono se sono una giornalista, di mostrar loro i documenti. Rispondo di no. Si avvicinano incuriositi. Mostro il borsone di medicine e scarpe. Il sorriso si allarga e quasi sempre dalla bocca esce un – Mash’Allah, mandata dal Signore.

Iniziano i primi mucchi di immondizia. La spazzatura che prima costeggiava la strada a formare un muro lungo chilometri, pare essere notevolmente diminuita. E’ un problema serio la spazzatura. La Leishmaniasis in Syria sta dilagando e Aleppo in particolare è dilaniata dal tifo.

Scendo a Bustan al Q’sser, è pieno di gente, i generatori in azione, i negozi aperti offrono caffè, granite, pollo arrosto. I commercianti urlano la vendita di frutta, verdura, noccioline, ci sono banane dappertutto. Grandi, gonfie, marca Ciquita. Chiedo da dove arrivano, un signore indica un punto verso la zona sotto il controllo del regime.

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Shelling on the Old City

E’ quasi mezzogiorno. Dalla porta d’entrata della moschea una fila di persone in attesa, si allunga fino in strada, tra i banchi del mercato e le macchine. I bambini si rincorrono non curanti dei suoni di guerra che arrivano dalla Città Vecchia a meno di due chilometri di distanza. Giocano, ma lo sguardo rivela una saggezza inconsapevole, quell’esperienza forzata e spietata che la vita impone. O impari o muori. Nonostante siano passati due anni dall’inizio della rivoluzione, la gente continua a fare figli. E’ pieno di neonati. Nelle case, sui fronti, negli ospedali. Penso al numero crescente di suicidi nel mio paese, detentore di uno dei primati mondiali per bassa natalità annuale. In Syria, la rivoluzione pare reggersi sull’energia dei bambini, i loro sorrisi, la proiezione del loro futuro.

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Inizia la preghiera. Si piega la testa, il busto, ci si inginocchia, si bacia la Terra. Più si è, più Allah sarà propenso all’ascolto.

Il Corano consiste di 114 capitoli. Centoquattordici sura, un frattale del periodo di tempo trascorso tra Buddha e Mohammed, in base alla teoria secondo cui la civiltà umana è funzione della geologia della Terra. Cinquecentosettanta anni tra Buddha e Cristo e cinquecentosettanta anni tra Cristo e M’hammed, che sommati danno un totale di millecentoquaranta anni, ovvero 114 x 10. Il Corano racchiude in se la formula matematica del tempo quadridimensionale basata sul codice 0 – 19. La scoperta è da attribuire a uno scienziato di origine egiziana laureatosi in biochimica all’Università della California, il quale scoprì la relazione tra il codice 0 – 19 dei Maya e il 19 del Corano. Lo scienziato fu assassinato il 31 gennaio del 1990. Egli aveva in mente di fare una traduzione del Corano e sarebbe stato il primo arabo a tradurre il libro sacro in inglese. Quando iniziò la traduzione, si rese subito conto di una misteriosa particolarità. Dei 114 capitoli, ce ne erano 29 che avevano una “lettera mistica” all’inizio. Sottopose il Corano ad un’analisi computerizzata. Analizzò ognuno dei 6436 versetti, cercando di determinare il significato delle misteriose lettere mistiche e scoprì che tali lettere, si trovano ogni volta che ricorre il numero 19. Pubblicò le sue ricerche negli anni ’80 e i giornali scientifici gli dedicarono molta attenzione. In quel periodo di breve ma intensa fama, egli affermò che per essere musulmani, si ha bisogno del Corano soltanto. Tale scoperta e lo sconvolgimento che ne derivò, portarono a credere che l’Islam storico stesse cadendo, perchè lo stesso aveva rigettato il Corano come testo, seguendo invece gli “hadith” inventati e le innovazioni de la sunna. Lo studioso affermò che gli hadith e la sunna stanno al Corano, come la Chiesa cattolica sta all’insegnamento originario di Gesù. Nel 1984 il governo dell’Arabia Saudita, trovò e bruciò molti dei libri e documenti relativi alla scoperta. Lo scienziato morì nella moschea che curava, a Tucson, in Arizona. Assassinato da un gruppo islamico proveniente da Colorado Springs, la mattina del 31 gennaio del 1990.

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Nel Corano si afferma che non vi è distinzione tra i messaggeri. I messaggeri vengono mandati a tutte le genti, a tutte le culture, in ogni tempo. Nel tempo, tutti i messaggi ultimi, comprendono e consumano tutti i messaggi precedenti. Il Corano racchiude il segreto della religione Universale, il messaggio della Legge del Tempo. Un messaggio che prova l’esistenza di una matematica della quarta dimensione e che in realtà, nella quarta dimensione il numero è il suo vero e proprio linguaggio. Alla radice di ogni cultura vi sono i numeri 13 e 20. In lingua sanscrita, 20 consonanti e 13 vocali; nel linguaggio degli alberi dei drudi, 13 lune che prendono il nome degli alberi e un alfabeto di 20 lettere. Esiste una matematica superiore e sacra, basata sul 20 e non sul 10, un sistema vigesimale, anziché decimale. L’essenza del tempo, non è nella durata, computata in ore, minuti e secondi meccanici. L’essenza del tempo è nella percezione. Ovvero nella capacità di percepire la sincronicità tra le venti dita di mani e piedi e le tredici articolazioni principali, riflesso delle tredici lunazioni.

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La città vecchia di Aleppo è un ricordo che scema come il rosso del sangue sulle macerie che la raccontano.

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Un botto fortissimo, all’improvviso, interrompe i discorsi, il sorriso, immobilizza passi e pensieri, i gesti veloci dei commercianti, gli sguardi al cielo, mille mani appoggiate sulla fronte per vedere meglio, capire da dove, questa volta e quale palazzo è stato colpito. Quanti bambini sono morti abbracciati alle loro madri e quanti padri correranno dal mercato per vedere a chi è toccato, per urlare un dolore che non dimenticheranno e si trasformerà in vendetta. Una nuvola di fumo e polvere si alza gigantesca, imponente, maestosa. La gente inizia a scappare, è la prima esplosione e solitamente gli aerei colpiscono due volte di seguito, a una distanza di tre, sette minuti. Sono MIG 21. Non li senti, non li vedi. Finché le prime grida ti squarciano il cervello e allora un rombo assordante le copre e mentre corri, spalanchi gli occhi e finalmente lo vedi. Un riflesso d’argento si avvita nel cielo sparendo nell’inferno del tuo paradiso. Lo cerchi, lo segui, lo aspetti. Ma è sempre troppo tardi. Quando ti accorgi di lui, qualcuno è già morto.

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Il target probabilmente era un’ospedale a duecento metri dal bombardamento. Le donne urlano rassegnazione e rabbia – Perchè non si giunge a un accordo? Basta guerra, non abbiamo più figli da sacrificare! – Se l’esplosione avesse colto l’obiettivo, sarebbero morti circa venticinque ragazzi, ricoverati per ferite da arma da fuoco. E’ stata invece colpita un’abitazione. E sono morti tre bambini.

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Aleppo vive di notte. C’è il copri-fuoco, i giornalisti non escono perchè i fotografi non possono lavorare e di notte pagano la stanza, non il fixer. Ma come in molte altre zone di guerra, gli obiettivi si circondano dopo il tramonto. Si attacca dopo la mezzanotte. Ci si nasconde poco prima dell’alba.

Mi sveglio all’ennesimo razzo che illumina il cielo, direzione Città Vecchia. Dormo in una casa lontana, a circa due chilometri e mezzo dall’obbiettivo dei bombardamenti, il IV piano di un palazzo dietro una zona nemica. I razzi partono da lì, il rombo di lancio squarcia l’udito. Dal quartiere delle manifestazioni, Bustan Al Q’sser, partono dei colpi di Shilka, la contraerea. In Libya festeggiavamo a colpi di cannone, si usava la shilka invece dei fuochi d’artificio, perchè ogni suo rombo è seguito da una luce rossa che taglia l’orizzonte. In Syria il cielo sembra piangere fiocchi di sangue. Qualcuno bussa alla porta, la proprietaria di casa che abita al piano di sopra, si lancia nella stanza con i tre figli aggrappati alla gonna. Lo sguardo atterrito, i bambini tremano, la bocca spalancata, le mani sulle orecchie, gli occhi sbarrati sulla finestra aperta, la madre la chiude, io la riapro dicendole che i vetri sono peggio delle lamiere. Ci sediamo, la abbraccio, preghiamo, ma la voce non esce e le parole sono sussurri di terrore, troppo grande, insopportabile, pregno del dolore della paura e del ricordo del sangue di due anni di guerra. Botto. Fischio. Luce. Esplosione. Lacrime. Le vene sottili delle mani dei piccoli sembrano esplodere ad ogni boato. Mi guardano in cerca di risposte, all’ennesimo bombardamento comincio ad urlare – Allah akbar Allah akbaaaar!!! – La madre mi guarda incuriosita, sorrido, guardo i bambini, stringo i pugni, le braccia al cielo – Allah akbar, hada nahne, Allah akbaaaaar! Dio è grande, siamo noi a bombardare, Jesh al Hurr, sono i ribelli! Dio è grandeeee! – I bambini allentano la presa delle mani sulla gonna, deglutiscono, sorridono, stringono i pugni e con me urlano Allah akbaaaar. Ora ad ogni esplosione, facciamo festa. E se ci colpiranno? Immagini di morti già vissute mi martellano il cervello – se saremo noi i prossimi, se sarò io a vivere, cosa dirò al padre? Se uno solo dei bambini sopravviverà, mi condannerà per averlo ingannato – avevi detto che stavamo vincendo, che i botti erano i nostri amici, che non c’era nulla di cui avere paura. Cosa dirò quando atterrito dal silenzio del sangue dell’ingiustizia mi chiederà – P E R C H é.