NUR

Ottavia Massimo © all rights reserved


Dipendenze e adrenalina

 

Bulimia e fronti di guerra. Le dipendenze non sono malattie, sono modi di vivere.                                                                        Osservazioni                                                                                                                            

E’ talmente potente la guerra, che sui fronti ti passa pure la bulimia. Per quanto ora finalmente riesca a gestire il mio “vizietto”, la guerra è l’unico sistema in grado di liberarmi totalmente dalla prigionia dei disturbi alimentari. Come l’amore. Con la guerra però la sensazione di un pensiero libero dai tranelli del cervello, dura più a lungo. In guerra scompaiono anche gli attacchi di panico. Il tempo è regolato dall’essenza di un’emozione che segue azioni non consuete. I giochi della mente non trovano spazio.

Comincio a pensare al cibo, il giorno prima di uscire dalla dimensione guerra. Solitamente non cedo ma sento crescere un’ansia sottile che promette vuoto. Per tre pacchetti di patatine e un Raider, a marzo in Syria, fu questione di qualche minuto non rimanere incastrata in una casa che poco dopo divenne un target. Albeggiava appena, i muri tremavano, non c’era luce, non potevo aprire la finestra perchè era zona di cecchini. Faceva molto freddo quando mi misi sotto le coperte decisa a viziare il mio vizio almeno una volta. Notte. Ero in preda a un attacco d’ansia dovuto al calo di adrenalina e alla sensazione di bombardamenti imminenti. Iniziai a mangiare. La giornata non era stata delle più comuni. Avevo conosciuto una giovane signora coraggiosa che mi propose di andare a passeggiare nella black area, le due grandi piazze governative. Il giorno prima in ospedale, erano arrivati vari bambini feriti o morti che avevano commesso l’errore di giocare in strada dopo il tramonto. Li accarezzavo mentre sentivo crescere una rabbia incontrollabile per cui ero decisa a voler capire chi li avesse colpiti. Le undici di mattina circa. Mi misi il burqa e una lunga veste nera, da uomo, aperta davanti. Si vedevano jeans e scarponi ed ero più alta della media delle donne siriane. Ero ridicola ma decidemmo di provare. La mia amica indossava un hijab a coprire i capelli soltanto. Uno dei suoi figli era un’attivista armato ma il governo ancora non lo sapeva perchè il ragazzo si occupava di missioni specifiche e ben organizzate. Non usciva durante il giorno. Non abitava con la madre e la famiglia, la cui casa si trovava in una delle due zone controllate dal governo. La mia amica era conosciuta ma non ancora un target. Indossando il burqa (integrale, retina e secondo velo sugli occhi), avevo il dovere e diritto di non rispondere né parlare. Camminavamo a braccetto, con passi veloci, la testa appena rivolta verso il basso. Ai muri dei palazzi governativi erano appese fotografie gigantesche di Bashar Al Assad. Sui tetti, all’angolo di ogni edificio, gruppi di tre, quattro cecchini puntavano l’orizzonte in fondo alla strada. Sentivo gli sguardi penetrarmi l’anima e la schiena. I soldati ammiccavano ridendo e qualcuno disse: vedrete donne che fine farete tra poco con quel burqa! Da quando era iniziata la rivoluzione, le donne di Idlib decisero di indossare il burqa a coprire il volto interamente. Prima vestivano l’hijab soltanto, alcune nulla. I soldati del governo mal sopportano il fatto di non poter riconoscere un volto. Né amano chi pratica una filosofia. Varie moschee dei paesi tra le montagne della regione sono state assalite, distrutte, filmate mentre i ragazzi in divisa pisciano sui tappeti di preghiera cantando filastrocche di scherno su Allah. Camminammo al centro dei viali lungo le due piazze, scavalcando i sacchi di sabbia dei check point e passando a pochi centimetri dai cecchini. Ci guardammo negli occhi due volte con due soldati. All’inizio percepii odio. Poi vidi l’aura bucata di un bambino sperduto. L’aura dei cecchini è spenta come un mattino senza speranza. Grigia con sfumature più intense tendenti al bleu o viola. I buchi sono fori minuscoli e asimmetrici che dalla zona grigia corrono verso gli strati sottili intorno al corpo. Quando la coscienza si macchia, l’aura sbiadisce fino a scomparire.

Come le persone, anche i luoghi hanno una lora aura. Avvicinarsi al cuore di una città in guerra, significa saltare tra le dimensioni degli anelli di una spirale che si snoda tra i quartieri. Si poteva guardare da una certa distanza, Idlib. Entrarci era difficile. Da un tratto di strada lungo un uliveto, si potevano arrivare a vedere i carri armati sulla “corniche”, l’ultimo anello prima delle zone abitate intorno alla città vecchia. Le radici della rivolta nascevano nella medina. Il mio amico di Qurin, ventitre anni, padre da poco meno di un anno,  disertore dell’esercito, si rifiutò di accompagnarmi. Mi affidò a un essere particolare di un paese vicino. Era mattina. Tardi, le dieci e qualcosa. Parcheggiammo tra gli ulivi. Scesi dalla macchina, mi misi l’hijab. Montai  sulla motrice di un camioncino, aperto dietro, vuoto. Il tipo era castano chiaro tendente al rosso. Si muoveva con un’eleganza sottile e decisa. Gli occhi disprezzavano la vita ma erano immersi nell’emozione della lotta per la sopravvivenza. Aveva appena ammazzato quattordici persone. Con una k’mbala, una bomba fatta in casa ed esplosa in un preciso momento di qualche ora prima, mentre passava un pulmino. Pare fossero tutti shabiha. Due mesi prima un gruppo di shabiha, gli uomini del governo che agiscono in borghese, erano entrati a casa sua, avevano legato la moglie e sparato uno per uno ai loro sei figli. Qualche settimana dopo lei era di nuovo in cinta. Lui era incazzato come gli esseri dei cieli e non aveva ancora abbastanza da perdere. Disse che non ci sarebbe stato problema, ché mi avrebbe portata lui dentro Idlib.

La mattina in cui arrivai nella città vecchia, sentii gli occhi spalancarsi di stupore mentre osservavo le donne in burqa e tacchi alti camminare tra le pozzanghere del suq siriano. Immerse nel loro buio e tra i colori della vita. In un silenzio quasi assoluto. Erano mesi ormai che la gente viveva ogni istante del giorno e della notte pensando che presto qualcuno avrebbe dato l’ordine di attaccare. Dopo i primi bombardamenti che da circa sei mesi, con costanza, colpivano i palazzi più esposti della medina, gli abitanti iniziarono a pensare di doversi abituare ai boati, alle lacrime, alla paura. Piano piano la vita riprese a pulsare tra le vie del mercato in un brulicare di sussurri e figure danzanti nel silenzio dei rumori della guerra.

Sei giorni dopo, alle 4 di mattina del 10 marzo, il primo boato colpì un palazzo distante duecento metri circa. Stavo finendo di mangiare il terzo pacchetto di patatine. Feci finta di niente e scartai il dessert. La seconda esplosione fece tremare vetri e persiane mentre mangiavo la seconda barretta di Twix. Se avessi avuto altro cibo avrei continuato ad ingozzarmi senza percepire paura né sapore, intrappolata nell’appagante oblio della mia dipendenza. La gente iniziò ad urlare correndo in strada. Mi infilai le scarpe.

La città era sotto assedio, i carri armati stringevano le fila sulla “corniche”, la via principale che chiude la città in un anello di catrame. Da tre giorni provavamo ad uscire ma le strade si chiudevano una dopo l’altra, di ora in ora. I check point erano tanti e volanti. Sull’unico tratto percorribile per attraversare la corniche in macchina, erano stati eretti muri di terra. Quel giorno ero insieme a tre grandi persone, un fotografo, un cameraman e un siriano che spesso chiamo fratello. Volevamo uscire dalla città, non dalla Syria. Andare in una fattoria a un chilometro e mezzo da Idlib. In quei giorni, dentro l’anello di asfalto si viveva in una dimensione i cui ritmi della quotidianeità erano gestiti dal sentimento di paura in ogni sua sfumatura. Sapevamo che il regime stava preparando l’attacco. L’odore dell’adrenalina si infilava sottile tra i vestiti e i pensieri. Non si poteva uscire dalla medina. Né era possibile capire come e quando sarebbero iniziati i bombardamenti.

La notte di quello stesso giorno, scappando tra gli ulivi e i laser dei cecchini, promisi che se fossi uscita viva da tale situazione mi sarei seriamente occupata del mio vizietto. Non era la prima volta che mi veniva in mente di provare a rinunciare per sempre alla mia dipendenza. Ma fino ad allora non trovai il coraggio di promettere. A me stessa o a una qualche entità. Forse non avevo ancora capito chi fosse il mio Dio o probabilmente non lo stimavo abbastanza da comprendere quanto amassi la mia stessa vita. Questa volta mi resi conto di quanto vivere fosse tutto ciò che conta. Ero stata ferita. Avevo il detrito dell’esplosione di un mortaio, dentro. Al centro della linea alba che da sotto il seno si allunga fino allo stomaco. Bruciava. L’unico ospedale agibile era pieno di morti e feriti. Mi convinsero a farmi visitare, ma quando i dottori che conoscevo videro il foro e il sangue sulla maglietta, chiamarono una donna. Chiuse la porta sorridendo. Mi svestii. Prese un coltello e iniziò ad affondare nella ferita con la punta dello stesso. La fermai ringraziandola e dicendo che stavo bene, ché c’erano casi più urgenti da risolvere. Chiamò un dottore che arrivò con una siringa di antibiotico. Rifiutai anche quello, non sapevo cosa fosse e non volevo rischiare di perdere lucidità. Era appena mezzogiorno e i bombardamenti iniziati da poche ore soltanto. Quando uscii dall’ospedale “ridevo” pensando che l’unica cosa di cui avevo bisogno era una tavoletta di cioccolato turco ai pistacchi.

La bulimia è una prigione di strategie. Come la guerra, la cocaina, l’eroina, l’anoressia, le dipendenze. E’ un modo di vivere i cui picchi la mente cataloga come malattia. Una prigione di ossessioni che generano ansia e stati compulsivi non lucidi. Tali stati e sistemi mentali che ne mantengono l’equilibrio, si spalmano tra realtà e comportamenti quotidiani. Il bulimico deve riempire un vuoto che è assenza d’amore. Vuoto dato dalla mancanza di certezze. Insicurezza solitamente provocata dall’incostanza caratteriale di alcuni genitori ligi all’intenzione, non coerenti nell’azione. La polarità accentuata del comportamento di un genitore genera spesso disturbi nell’alimentazione dei figli. Il modo di mangiare, il rapporto con il cibo, riflette il comportamento applicato alla vita. Il bulimico è affamato di emozioni tanto quanto indifferente alle stesse, durante un attacco di fame.  Vuoto è mancanza di disciplina che un figlio interpreta come carenza di interesse da parte del genitore. Fame d’amore. La bulimia ti incastra la vita perchè spesso te la salva. E’ una dipendenza scatenata dal senso di torpore e astrazione che l’attacco di fame e conseguente stato di sospensione apatica, provocano. Gli stadi sono molteplici e variano a seconda di quanto ci si riesca ad amare in un dato periodo.

Ricordo perfettamente il giorno in cui scoprii il trucchetto. Ero a casa di un’amica che stimo e amo come una Sorella. Avevamo appena mangiato gli gnocchi alla romana, quelli di semolino, tondi, alti due, tre centimetri, coperti di burro e parmigiano a scaglie. Non ricordo perchè ma a un certo punto, la mia amica disse: “io quando ho mal di testa, vado in bagno e vomito. Mi viene naturale, mi piego, faccio un movimento con la gola e vomito”. Andai quasi subito a provare. Non mi sembrò difficile, ebbi immediatamente la sensazione di aver scoperto un modo di vivere congeniale. Avevo tredici o quattordici anni. Fisico muscoloso ma da qualche mese meno asciutto. Cominciò un’esistenza nuova e dettata dai ritmi cronici e compulsivi del disturbo. Durante gli attacchi di fame raggiungevo picchi di follia e astrazione totale. Ero in grado di mangiare e vomitare anche 30/50 volte al giorno, nei periodi peggiori. Divoravo decine di libri al mese su anoressia e bulimia, per carpirne trucchi e strategie. Fine anni ’90. Il momento più buio durò due anni. Tra i diciassette e i venti. Frequentavo una scuola di recupero per ragazzi deficienti. No, scherzo. Con tutto il rispetto ma è un dato di fatto l’aver perso troppo tempo tra dinamiche di ribellione inutili. Una piccola scuola di un grande paese. Eravamo una trentina. Ognuno di noi aveva un problema specifico i cui sintomi erano cronici e più o meno violenti. Tutti facevamo uso di sostanze. Da fumare, pippare, ingoiare o iniettare. E’ capitato che il preside ci chiamasse in segreteria per chiederci una botta di cocaina. Due amici sono morti per overdose da pasticche. La mia migliore amica era anoressica e satanista. Io ringrazio ancora il cielo di non essermi rifugiata in nessuna di tali dipendenze. Avevo la mia e le dedicavo il 90% dei pensieri. Un giorno mi venne offerta una polvere che credevo di aver gia provato. La sniffai per accasciarmi sul pavimento all’angolo della stanza centrale, comune alle aulee. Mentre non capivo di che viaggio si trattasse, i miei “amici” dissero che era eroina. La rivelazione provocò fortunatamente uno spavento tale, che mai una volta pensai di avvicinarmi a tale sostanza, ma credo che da quel genere di sistema mi salvò la bulimia. Ognuno ha la sua droga e quando pensi di non poterne uscire, stai scegliendo di perdere. La bulimia è una delle interpretazioni più estreme tra le polarità umane. Ti chiudi in un rapporto d’amore non lucido con il tuo cibo, perchè riempia i vuoti dell’anima. Ti svuoti per lo stesso identico motivo, perchè hai paura che il tuo corpo non susciti interesse, per non rimanere solo. Ogni volta che osservi il cibo cadere per vomito auto-indotto, l’aura sbiadisce. Si buca. Poco o tanto in relazione a quanto sei cosciente di ciò che fai. Nel bene e nel male.

I denti sono l’espressione più vera e ambigua del sintomo della bulimia. Le carie colpiscono colletti e radici. La loro forza è data dall’abbassamento del livello di produzione di saliva in bocca, dovuto a una iper produzione di acidi gastrici che al contempo corrodono lo smalto provocando piccole aperture sotto le gengive, dove si insinua la placca. La placca, quella specie di schiuma bianca che si forma dopo mangiato, è acida. Se non rimossa, diventa carie. La carie è un essere che produce escrementi non alcalini. Acidi. L’acidità di tali escrementi, nel soggetto bulimico, raggiunge livelli tali da dover ricorrere alla devitalizzazione, sostituzione o ricostruzione dei denti. In un individuo bulimico dall’età dell’adolescenza (Italia: 13 – 20 anni), i sintomi sui denti compaiono con violenza e diventano cronici, intorno ai trenta anni.

Quando sei piccolo ti senti invincibile. Le conseguenze delle tue scelte non sono importanti. La coscienza è giovane e spesso sceglie dinamiche di non percezione profonde e irreversibili. Meccanismi cerebrali aggrappati a strutture create per la dimensione materiale di un’epoca in cui le polarità caratteriali vengono smussate e controllate dal denaro che sostiene le case farmaceutiche. Da sostanze catalogate sotto la dicitura: “In prova. Sintomi variabili non confermati”. Improvvisamente non puoi far altro che accettare le conseguenze della tua indifferenza.

Inoltre. L’acido prodotto dalla sovrastimolazione delle ghiandole che fanno da ponte tra stomaco ed esofago, alza il livello del ph nel corpo. Le cellule del cancro sono caratterizzate dal livello di acidità presente. Quando una cellula non è alcalina, è acida e si trasforma in tumore. La quantità di acido prodotto da un essere bulimico puo generare tumori a stomaco, esofago e fegato.

Chi è bulimico è anche anoressico. Gli anoressici sono talvolta bulimici. L’anoressico non vuole percepire. La trasparenza cui anela è un urlo di dolore spietato e punitivo. L’anoressia non lascia spazio ai dubbi. L’anoressico lo riconosci. Come l’eroinomane. Scelte di vita radicali che non ti volterai a guardare. La bulimia invece è falsa e bastarda come la cocaina. Sistemi mentali che regolano ritmi di perfezione apparente. I bulimici e i cocainomani ricorrono alla menzogna più di chi sceglie altri sistemi di dipendenza, perchè il loro ego si nutre del contorno che lo identifica.

La bulimia, come tutte le dipendenze, non è una malattia, ma un modo di essere. Per quanto inconsapevole tu sia, la tua coscienza sta scegliendo quel preciso disturbo che trasformerà in un rifugio segreto in cui annegare la percezione dell’assenza d’amore e relative sfumature.

La guerra ti illude di guarire dalla dipendenza. Come la scelta graduale e spasmodica di sport sempre più estremi. Emozioni ricercate dall’ego per sostituire le dinamiche che portano alla volontà di riempire un vuoto, cedendo alle manipolazioni di un disturbo cronico.

Credere di poter gestire una dipendenza attraverso  la naturale produzione di adrenalina, è come essere convinti che la stessa dipendenza sia un’inguaribile malattia. Entrambi gli estremi giocano il medesimo ruolo. Allontanare l’ego dalla percezione dell’io, attraverso l’esaltazione delle polarità che si nutrono in realtà di illusioni.

Fermati. Osserva. Ascolta.

Accetta ogni pensiero, soprattutto il più mediocre. La percezione è una dimensione che si costruisce attraverso l’ammissione delle proprie debolezze. Fregatene del giudizio altrui. Il tuo corpo presto o tardi, morirà comunque. E’ alla tua anima che dovrai render conto, il corpo serve a questo. Ascolta il respiro del vento, il sangue che ti scalda le vene. Osserva la paura del dolore. Non ti interessa? Non sentirti in colpa. Scegli di non percepire e le illusioni porteranno il tuo corpo nello stesso punto di chi percepisce. L’anima non avrà più tempo di connettersi ai mondi in cui gli esseri volano e si nutrono di luce, ma non importa. Avrà altre vite per capire che la percezione del corpo nella gioia e nel dolore, sono la stessa cosa e l’unica via perchè la Libertà non sia illusione.

Advertisements


Leave a comment

March 2012 – SYRIA (5 photos, 1 video) English

                                                                     

First page on  “RADIKAL” – Turkey                                    http://www.radikal.com.turkey

IDLIB – SYRIA

____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

The city is sorrounded by tanks. The hospital is under the control of snipers belonging to the regime. From sunset onwards, they fire randomly at anything that moves. The old part of the city is protected by the Free Syrian Army. Since three days, lines of tanks, soldiers and militias, are coming to prepare the attack.

Quarter of Dabbit. We have just arrived to Ahmed’s father house. There is no light and it is impossible to communicate. The atmosphere is a bit calmer. Since 5 am, after about 12 shellings, tanks fire less frequently. Is 1 pm. Now only a few shots of the aircraft 14.5 and bursts of kalashnikov. This morning a shot of tank hit the entrance of a house that almost exploded in my face. Two wounds. One under the chin, the other one on the stomach. I was running to that house from which were coming cries of people trapped in the building. The guy in front of me had blood on his face and multiple wounds on his legs. No news yet from my two friends that were driving the car and filming. No news from the trapped family, but we couldn’t reach the house thow. The explosion took place in an open area. At least five people were injured. A helicopter was flying above us. The second explosion occurred just as we were about to reach the entrance of the house. The operation seemd to be very well coordinated. The group of people around the house, was not armed. The target of the bombardment seemd random. Attacks were unleashed on groups of people gathered in the street to escape the explosions. Since three days, lines of tanks were coming from Aleppo, but people did not expect that the regime would attack this morning. They thought they had two or three days more to organize themselves. Ahmed’s father is sick. He and his family, will not even try to leave the city. Women wander like ghosts, through a private room and the kitchen. They don’t come to our room. Being a women, i can go to them. Every time i go into the kitchen, they look at me with pleading expression and eyes swollen with tears. I try to calm them down, smiling, hugging them. I tell them that everything will be fine. That this is the revolution for freedom, that Syria will soon be free. That there is nothing to worry because God is with us. But when explosions get closer, when the blast is too strong not to be heard, voice breaks in my throat. I feel my eyes widen in flicks of terror. I look at these three women with their two sons, four and six years old. Words of comfort do not come out and i try to turn thoughts into reassuring smiles. I can only say: God is great. They look at me as if i could save them..

At 4 pm, the district of Dabbit, was conquered by the military government. At 5 pm, twenty-four death were recorded. The next morning, forty-five corpses of men, women and children, including twenty-three with their hands tied behind their backs, were found in the suburban area northeast of the city. Among those twenty-three, five were revolutionary army deserters. The same day, in the afternoon, the hospital of the medina was bombed. That hospital was the only refuge of distress, out of the control of the regime.

Theoretically, war is a fight between two or more parties, more or less strong but all with tools to define a given fight: war.

Bashar al Assad’s regime, is using spies, snipers, tanks, anti-aircraft, helicopters. Indiscriminately and continously.

Against civilians and the FSA, the Free Syrian Army. A group of opponents declared officially on July 29th 2011. People belonging to the army of the government, that in Daraa, during the first event in which rhe regime opened fire on the crowd, they refused to fire. During the revolt, extended to all Syria, the inhabitants of towns and villages across the country, gradually joined the FSA. Since one year, the military forces belonging to the government, control regions by retaining the key countries. In cities where the opposition form a majority considered dangerous, armed forces bombard civilian homes, without following any logic or specific target. Killing, torturing, spreading terror. The few people i saw that were armed between revolutionaries, have old rifles, often for hunting. Somebody have some sophisticated instrument, took from a distracted sniper, but with very little ammunition. These weapons are used to protect areas where families come together; allow old people, women and children to escape between one bombardament and the other one; face attacks on journalists. The government is denying access to humanitarian organizations, since a year. Hosplitals are not equipped. Lack of personnel, equipment, medicines, blood, food. Border areas are mined and people confined to their areas of origin. 17 000 refugees only in Turkey, but the control of the land border is tightened and the military regime also act in foreign country. Entering Syria is difficoult. Get out alive, pure luck.

The forces used by the regime of Bashar al Assad, tells about an impressive degree of disproportion. The blood that syrian people see every day, belongs to citizens deliberately kept ignorant of the world’s leaders strategic affairs. In cities where the majority is in favor of the government, the national television network “NTV”, tells of a country which is generally stable, just plagued by sporadic terrorist attacks. In areas where the regime controls and terrorize the population, there is water and electricity, only a few hours a day. People are afraid to keep the light on because snipers use precision instruments and shoot inside the house. Television does not work and in countries where the siege is tightened, there is no access to the internet or any other means of communication.

Civilians do not realize the complexity of the situation internationally. They only ask that someone intervenes to end the horror they are living. The revolutionaries of the Free Syrian Army, ideologically reject any outside help, in terms of armed groups. After a year of violent and indiscriminate repression, strong by a majority of 85% of the population against the Assad’s regime, they just ask one thing: weapons and ammunition. They will not surrender. Because the blood of injustice is the grief of an anger that turns into revenge.

                                                                                                                                                                                                                                           Ottavia Massimo


4 Comments

LA GUERRA E’ PERCEZIONE

DIETRO LA GUERRA C’E’ CHI LA RACCONTA.                                                 DENTRO?

Dinamiche psicologiche che regolano le azioni dell’individuo all’interno di un conflitto. Educazione. Vendetta. Dipendenza da adrenalina.

Osservazioni

I media internazionali parlano di primavere arabe, analizzando obiettivi e strategie dei capi di stato che a seconda di interessi ed esigenze economiche, gli stessi canali di informazione manipolano, generando diffidenza e confusione. Attualmente l’opinione pubblica sembra divisa in due. Chi crede che le immagini di violenza trasmesse, siano frutto di montaggi e costruzioni mediatiche a favore di un intervento militare occidentale in zone di conflitto islamiche. Chi, osservando gli stessi scenari, spera invece nel suddetto intervento, considerando i governatori delle zone in conflitto, carnefici dittatori assetati di potere. La guerra è un “gioco” mosso dall’esterno e dagli interessi economici dei leader mondiali. I meccanismi che regolano le dinamiche di un conflitto, sono però interni e relativi all’educazione di un popolo, alla storia, alla cultura di cittadini solitamente non consapevoli.

La dittatura genera ignoranza. L’ignoranza muta in rabbia.            La rabbia in vendetta.

In Libia la rivoluzione scoppiò quando a Benghazi, il 15 febbraio del 2011, Abdallah Senussi, braccio destro di Gaddafi nel coordinamento delle azioni militari, diede ordine di sparare sui manifestanti. Due giorni dopo, il 17, l’intero paese scese in piazza dichiarando ufficialmente l’inizio della rivolta. Le città furono circondate dai carrarmati governativi. Ad ogni bivio e sotto ogni ponte, furono allestiti check point militari con agenti provvisti di liste sterminate di persone da catturare. Durante i quarantadue anni di dominio gaddafiano, uomini in borghese sorvegliavano i quartieri giorno e notte e all’esterno delle case venivano installati dei micro chip, per cui chi veniva sorpreso ad esprimere pareri contrari alla linea governativa, veniva arrestato. Non si potevano guardare canali televisivi non fedeli al regime, qual’ora qualcuno avesse avuto il coraggio di montare un’antenna satellitare. Internet era limitato. La polizia entrava nelle case in modo coatto e centinaia di persone arrestate risultano tutt’ora scomparse. La popolazione, oppressa da leggi che non prevedevano apertura alcuna verso l’esterno: viaggi, insegnamento delle lingue, scambi culturali con paesi esteri, si è ritrovata inghiottita dalla morsa inconsapevole del “fenomeno ignoranza”. Quando scoppiò la rivoluzione, la gente si sentì improvvisamente appoggiata. Chi fino a quel momento non osò ribellarsi, trovò il coraggio di unirsi a quella che all’inizio era una minoranza. Le manifestazioni divennero fiumi di gente forte del crescente sostegno dato dai media. Ai militari fu ordinato di sparare sui manifestanti rivoltosi che il governo definiva terroristi. Perchè il popolo intero si spaventasse, venne dato ordine di violentare, torturare e giustiziare davanti alle proprie famiglie, chiunque si fosse mostrato contrario al regime. Quando entrai in Libia, Gaddafi aveva appena ordinato ufficialmente, di sparare a chi fosse stato trovato in possesso di un telefono satellitare. Due giorni prima, in Tunisia, mi fu offerto un visto ufficiale. Non accettai. In cambio avrei dovuto firmare una dichiarazione che diceva che sarei entrata per supportare il governo. Alla frontiera di Dhibat, sotto il controllo dei rivoluzionari, raccontai la verità, l’accaduto. Raccontai anche quali erano le notizie che arrivavano dalla Libia, in Europa. In Italia, fino a quando entrammo in Libia come paese NATO, secondo i media, erano gli oppositori a violentare, torturare, uccidere. Muammar Gaddafi, è stato tradito e abbattuto dalle potenze occidentali, a causa di interessi e relazioni internazionali circa petrolio, gas, acqua, giacimenti di oro, dominio occidentale sulle telecomunicazioni. Ma nell’istante in cui ha chiesto il sostegno del suo popolo, la gente che avrebbe normalmente taciuto per non essere uccisa o perseguitata, ha timidamente iniziato a raccontare. Via via che la rivoluzione ha preso piede, sono uscite testimonianze, documenti, video che raccontavano quarantadue anni di soprusi e violenze indicibili. Si è gradualmente scoperto che la maggioranza dei sostenitori, era stata educata all’attività militare. Sono emersi a centinaia, depositi e basi dell’esercito sparsi in tutto il paese. Munizioni nascoste nei giardini e nelle case dei cittadini che per paura o per denaro, soltanto a distanza di mesi dall’inizio della rivolta, hanno trovato il coraggio di parlare. Il potere di Gaddafi ha iniziato effettivamente a vacillare quando i militari stessi si sono uniti all’opposizione. Quando in molti si rifiutarono di eseguire ordini che prevedevano di giustiziare i detenuti o sparare ai manifestanti. Quando negli scontri ravvicinati, gli stessi soldati si resero conto che all’opposizione c’erano uomini libici, non terroristi venuti da fuori per scatenare la rivolta. Sulla strada per Sabha, città nel deserto a sud di Tripoli, verso il confine con la Nigeria, incontrammo gruppi di africani che a piedi da Mali, Sudan, Algeria, Nigeria, viaggiavano verso l’Occidente. Per mesi, i media di quei paesi, sotto il controllo di Gaddafi, trasmisero notizie relative all’apertura dell’Europa al continente africano, attraverso l’Italia. Chi riusciva a raggiungere l’Italia, rimaneva incastrato a Lampedusa. Ma la maggior parte dei viaggiatori, giunti in Libya, veniva arruolata dall’esercito. Il salario mensile dei mercenari, come per gli altri soldati, era compreso tra i 1 500 e i 10 000 dollari, a seconda del settore in cui si specializzavano. Venivano addestrati all’utilizzo di strumenti di precisione e veniva loro affidato materiale esclusivo proveniente principalmente da Russia, Italia, Francia, Inghilterra, Germania, Usa e Malta. Gli stessi paesi, esclusa la Russia, che in seguito insieme al Qatar, armarono l’opposizione.

La rabbia di un popolo manipolato da repressioni e menzogne

Dopo la caduta di Tripoli, quando si ebbe il tempo di andare a cercare armi e munizioni, venivano scoperti ogni giorno nuovi depositi. Intorno Tripoli, decine di famiglie iniziarono a denunciare la presenza di munizioni nelle proprie case o nei pressi delle stesse.

Quando chiedevo:

-Perchè avete permesso venissero nascoste armi e munizioni nelle vostre abitazioni? Quanto vi pagavano per questo? Rispondevano:

Per paura. Perchè non vi era scelta. Se non ci si prestava al volere del regime, si veniva arrestati o uccisi. Era l’unico modo perchè non ci perseguitassero. Il silenzio che promettevamo valeva tra i cento e i trecento dollari”.

-Al mese?

No. Saltuariamente. Quando ci lamentavamo perchè non c’era lavoro e non avevamo soldi”.

Ogni volta che trovavamo un deposito, mi urlavano in faccia:

Guarda O. guarda cosa ha fatto Gaddafi con i nostri soldi”!

Centinaia di metri quadrati di armi accatastate nei campi, tra i palazzi. Coperte da teloni mimetici e dall’omertà dei cittadini. Camere all’interno delle abitazioni, piene fino al soffitto di munizioni e strumenti di guerra.

Non si fa che parlare di geopolitica, relazioni internazionali ed alleanze tra super potenze che in nome dei diritti umani, dichiarano guerre spaventose per il dominio di territori strategici.

Ma chi è che subisce le decisioni dei leader. Chi sono e soprattutto, cosa pensano questi popoli che a seconda del momentaneo interesse mondiale, subiscono e non consapevolmente, avallano crimini contro l’umanità.

In Libia, i più coscienti, alle domande:

– Siete sicuri vi sia un unico Gaddafi a questo mondo? Pensate che davvero la NATO sia qui perchè sconvolta dalle visioni riguardanti i crimini commessi dalla dittatura?

Rispondevano:“Ci penseremo poi. Qualsiasi cosa sarà comunque meglio di Gaddafi”.

L’esercito libico all’opposizione, era un popolo di avvocati, ingegneri, commercianti, ragazzi inesperti e depressi dai quarantadue anni di dittatura. Persone facilmente manipolabili perchè vittime di una lunga oppressione che ha generato ignoranza, indifferenza, confusione, rabbia. Ragazzini senza sogni né ambizioni, che un giorno si sono improvvisamente ritrovati a poter scegliere tra l’usuale silenzio e la possibilità di combattere per un ideale che chiamavano libertà.

Venne armato chiunque intendesse prendere parte alla rivolta. Contemporaneamente uscirono prove e testimonianze di anni di oppressione. Allo stesso tempo, i discorsi pubblici di M’ammar si fecero sempre più aspri e minacciosi. Gradualmente, anche chi per mesi si era rifiutato di combattere in nome del valore – vita, si convinse che la lotta armata fosse l’unica possibilità perchè i pensieri si associassero alla parola Libertà.

Sui rivoluzionari, che il mondo intero si ostina a chiamare ribelli, quando invece la parola THWAR deriva da THAWRA, che significa rivoluzione, ne hanno dette di tutti i colori. Terroristi, stupratori, ladri, assassini. Non posso parlare in nome dell’intero popolo. Ma posso dire di essere stata quattro mesi tra migliaia di uomini libici. Nessun problema in quanto straniera. Nessun particolare problema nel senso del rispetto, circa l’essere donna. Varie volte mi sono chiesta perchè. L’unica vera ragione, l’ho trovata pensando all’educazione e alla cultura appartenenti ai ceppi di origine tribale da me vissuti. Gli “amazigh”, i berberi. Quelli che dal governo di Gaddafi, venivano maggiormente perseguitati e discriminati. Le decisioni circa lo sviluppo del territorio, non li riguardavano perchè nelle zone da loro abitate, non vi è petrolio. A loro era proibito parlare la propria lingua. Chiamare un figlio con un nome berbero. Coltivare le antiche tradizioni legate alla cultura che racconta dei primi abitanti in territorio libico. Esporre la propria bandiera. Nessuna delle violenze denunciate pubblicamente, commesse dai rivoluzionari durante e dopo la guerra, riguarda gli amazigh.

Se prima e dopo i conflitti, ciò che distingue l’uomo dalla bestia, è l’educazione; sono invece due i meccanismi psicologici fondamentali che muovono le dinamiche sui fronti di guerra:

Il sentimento di vendetta.                                                                                                                               La dipendenza da adrenalina.

A prescindere dai motivi etici per cui una data guerra si sviluppa, il sentimento individuale si muove sul meccanismo sanguinario dato dalla voglia di rivalsa che segue un dolore subito. Se dietro i conflitti vi sono scenari regolati da sfumature sottili e realtà distorte, in guerra ogni situazione è estrema, la sensazione conseguente relativamente amplificata e il tempo di reazione ad un avvenimento preciso è breve e dettato da percezioni non lucide. La gioia come il dolore, si manifestano in atteggiamenti deliranti come la rabbia che segue la perdita di una persona amata. Scontri che nella normalità provocherebbero in casi estremi, solamente feriti, dato il numero di armi presenti e la gestione caotica delle stesse, si trasformano in lotte armate sanguinose e mortali.

 Ciò di cui mai si parla è l’incontrollabile adrenalina che sui fronti si sviluppa.

La guerra è contagiosa.

Non le manifestazioni che la precedono né i dopo-guerra, periodi in cui generalmente vige la legge del più forte anche tra amici, per cui i popoli si rivelano in tutta la loro umana bassezza. Ma il periodo in cui si combatte giorno e notte. Il periodo in cui non vi è niente di usuale, perchè ogni giorno molto probabilmente, sarà l’ultimo. L’istante di ogni respiro si trasforma in ricordo e nulla appare scontato. Gesti normalmente formali, si tingono del coraggio di espressioni solitamente represse. In guerra si ride continuamente. Ci si scambia e condivide tutto. Si piange. Si canta. Si balla. I fantasmi del passato, assumono sembianze irrilevanti e il dolore si trasforma in saggezza. La guerra è un’occasione per imparare ad amare la vita. E’ vivere quotidianamente tra dinamiche fondate sul rispetto dell’individuo e la difesa del diritto di esistere. Le battaglie sono scandite da picchi di gioia e dolore. Ci si dispera per la morte di un compagno. Si esulta per la conquista di una zona. Tutto ciò che ruota intorno alle ore di combattimento, sono sfumature legate alla riconoscenza verso un dio o un fato che ci ha tenuti in vita. La guerra è percezione. La percezione è libertà nel poter scegliere che tipo di persona voler diventare.

 Ma quando una guerra finisce, quando non vi sono più fronti precisi, i popoli si trasformano in ammassi di individui psicologicamente feriti e delusi da quell’idea di libertà che muta velocemente in atti mediocri. Furti, rapine, ingiustizie di ogni genere ad annientare il ricordo di quando tutti insieme si gridava “we are the freedom fighters, siamo i guerrieri della Libertà”.                                                      Quando una guerra finisce, ai più perversi manca l’odore del sangue, il rumore delle armi, il rombo degli aerei che si avvicinano. Agli idealisti manca la purezza dell’emozione che la paura di morire offre. L’occasione di dimostrare il valore dei propri ideali; la coerenza nel rifiutare l’opportunità di trarre vantaggio da una situazione immorale ma conveniente; l’occasione di non tradire la propria coscienza in un contesto in cui la libertà di azione nel bene e nel male è illimitata. La dittatura genera ignoranza. Ignoranza è credere che l’indifferenza sia l’arma vincente contro le dittature. Così come credere che i governi pronti ad intervenire in nome dei diritti umani, siano mossi da sentimenti compassionevoli. Ignoranza è pensare che la guerra sia un fenomeno lontano. La guerra è contagiosa perchè abbatte la massima espressione di inciviltà di un popolo: l’indifferenza.


1 Comment

SPECIAL ..drops of realities

APRIL 2010 – CURFEW IN ATHENS – Greece

                                                       ______________________________________________________________________________________________________________

_______________________________________________________

______________________________________________________________________________________________________________                                ____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
                                                                   _______________________________________________________
 _______________________________________________________

_________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________ _______________________________________________________
_______________________________________________________

____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________


1 Comment

THE OPTICAL WORLD AND THE HYPER PRODUCTION OF DRUGS BY NOSE

ITALIAN – http://ottaviamassimo.com/2010/08/05/il-mondo-ottico-e-liper-produzione-di-droghe-da-naso/

Among the substances placed on the market, there is a hyper-production of drugs for the respiratory system.

The evolution of human beings and consequential levels of adaptation, has generated masses of people more and more similar to each other. The close contact has resulted in conscious and unconscious levels of competition for which it was necessary a transformation of the concept of time and sensory perceptions related to survival. Listening to their own and others’ feelings, has reached levels of learning fundamentally linked to the image. The run-time is warped in the creation of a world almost exclusively optical. The first sensory organ to suffer is the olfactory apparatus. The first to develop and the only one able to transmit to the conscious direct sensations, not influenced by the brain.

Your genius is in your nostrils – Nietzsche

Conscience, the sense of smell, the fear of living.

Over the past three years, the percentage of people who require surgery on their nose for problems related to substance use, has grown by 18%. Dust. Grains of microparticles created in the laboratory and almost totally synthetic. Convicted and raised to queens of nights and working afternoons. Odorless. Usually white. Seemingly harmless because psychologically, to white our unconscious associates Good. Invisible. Any substance or chemical has its own natural and ideal mode of application. There are three main ways. Veins. Mouth. Nose. Substances that tells the current fashion, are chemically designed to be taken through the respiratory tract. What are cocaine, heroin, ketamine or dust from the encoded names, when the brain is programmed to take drugs, the first step is usually the nose. Even products designed to be taken orally: pills, medicines, sleeping pills or stimulants, are often powdered and used in the nostrils.

Why? We wonder what we constantly stuck in our nose, when the question we must ask should be: which kind of instrument we are using to deal with the substances we choose?

At a time when the evolution of thoughts and consequent actions, occurs at a rate controlled primarily by the image, is now only in the ability to appear that we keep pace with the times. The drugs for the nose are almost invisible. The act of sniffing is fast, lightning, flash. The effect is immediate. The evolution of humanity has created groups of individuals in close contact with each other. The growing confusion on the population density in some areas of the world, has generated swirling rhythms of life, reduced to being the time listening to the sensory perceptions. The first to suffer is the olfactory apparatus.

Of the five senses, smell is the only one to suffer immediate temporal chenges. The smell is different from the other senses because it gets tired quickly. If we look at  an image for a long time, we continue to see it. If we touch a surface for a long time, we continue to hear if it is smooth or rough. If we eat much sugary food, its essential sweetness will not decrease. If there are noise and we do not change our position, we continue to hear them. But when we persist in smelling something, after a while we do not perceive the smell. We get used to the smell. This adaptability combined with the ease of plastic surgery used to satisfy visual perception by improving the image, led us unconsciously to consider the olfactory apparatus as merely an instrument related to visual pleasure. Cosmetic damage caused by the misuse of our nose, is nothing compared to the chronic and systematic destruction related to the use of a substance intended for a system in place for different purposes and fundamental to the body’s survival and the gradual awareness of consciousness.

Of any kind, dust released in the respiratory ways, attacks the nostrils’ mucous membranes to nasal septum perforation. In nature there are no substances that are born and grow to be treated through the nose. The smell in our nostrils comes in a volatile and gradual form from the cell recipients placed in and under the epithelium, a tissue that extends deep into the cavity nose, are retained and selected. Smell is the sense that sends the strongest signals related to danger, survival and reproduction to the brain. In the evolutionary scale, the olfactory system is the oldest  sensory organ. It’s the first sense to develop in a newborn child. Smell brings the infant to the mother’s womb and triggers the instinct to suck. If the mother does not have the right scent, the breast may be rejected during breastfeeding and consequently difficulties in establishing the link between the two. The nose’s mucous membranes are the reflex zones of the reproductive organs. Each nostril is a reflection of the area through which you enter directly in contact with the sexual and the adrenal gland’s endocrine system. There are seven endocrine glands and each one is scientifically associated with human beings’ main nerve centers. Every nerve center is an asset in which particles of energy flow. In traditional indian physiology, these points are called Chakras – sanskrit: wheel, plexus, vortex. From the systemic point of view the chakra is a vital function of a living system, structured in levels. The system is a set of entities related to each other through reciprocal relations visible or defined by their observer. The characteristic of a system is the overall balance that is created between the individual parts that constitute it.

Everyone has his own Art of the Spirit, whose completeness and perfection depend on the activation and spiritual evolution of the etheric particles of our physical body.

The body is a coordinated system of energy fields consisting of ethereal particles, tiny entities that when activated, transmit and emit energy vibrations and waves of more or less strength. Each point of energy or chakra, refers to a particular field of sensory and extrasensory perceptions. Chakras are points of connection between a body and another inside a human being. Each chakra is an aspect of consciousness, a sphere of energy that interacts with the physical body through the two channels of the nervous and endocrine systems. Consciousness is all that you can experience. Perceptions, senses, mental processes, ways of being, occurring within consciousness. It is an energy system made of different density and energy levels in a state of flux and movement. When energy flows freely between chakras, you can experience wholeness. When it crashes, you feel the tension that manifests as a symptom. The flow of energy into consciousness is determined by chakras. When a human being reaches maturity, chakras are developed and each represents the psychological patterns that are evolving in an individual’s life. One usually reacts to unpleasant experiences by blocking feeling and thereby preventing a large part of our natural energy flowing. Underdeveloped  chakras send a faint light, and their ethereal particles move slowly, forming just enough of a vortex  for the transmission of force and nothing more; in individuals more consciously developed, chakras pulsate and shine bright light, like little suns . Their size ranges from five to fifteen centimeters in diameter. In infants they are made up of small circles, as wide as a bronze coin, hard disks that move and are just slightly brighter.  There are seven chakras. The first five are directly tied to the five senses. The sixth and seventh chakra perceive extra-sensory emotions. What is recognized as the first chakra is called Muladhara, chakra of the Earth, from the two sanskrit words Mula (root) and Addhara (support, base). Situated in the coccygeal area of the sacred plexus, precisely between the genitals organs and the anal orifice, represents our roots and connection to traditional family beliefs that are  formation’s basic sense of identity and belonging to a group of people in a given place. The Muladhara is the transcendental basis of all that exists in nature and is home to vital life energy called Kundalini Shakti. Represented in the East by a snake, Kundalini Shakti resides in the first chakra and through the activation energy of the same, he wakes up rising up the spine from the sacrum, through all the chakras to the seventh, the “Sahasrara “, chakra of empathy. Purple and situated on the top of the head, the seventh chakra relates to the inner light, thought and corresponds to the pineal gland.

From Muladhara (I chakra), the Sahasrara (seventh chakra), develop the Svadhistana, chakra of water and sensuous sweetness, orange, linked to the sense of taste and place up to the belly; the Manipura, chakra of fire and power, yellow, tied to view and seat height of the solar plexus; the Anhahata, chakra of the air and love, green, tied to the touch and situated at the heart; Vishuddha, chakra throat and abundance, blue, related hearing, placed at the base of the throat; Ajna, chakra of awareness or third eye, indigo, located between the eyes, at the height of the forehead and tied to extra-sensory perceptions.

The first chakra, Muladhara, chakra of the Earth or the sacred tree of life is the energy center sensory related to smell. The only one of the five anatomical senses, to send information directly to the cerebral cortex without passing an essential structure of our brain system: the thalamus. Thalamus is the guardian of our brain. Located below the cerebral cortex, it selects all the impulses from the receptors belonging to four of the five senses: sight, hearing, touch and taste, and then transmit them to the cerebral cortex so that the person is aware. The thalamus learns from every experience. The smell is beyond the thalamus control and the alter ego. Information from smells goes directly to the limbic system and from there to the cerebral cortex. So it is the only physical sense that can not be affected during the learning process of the data coming from the outside.

The olfactory information transmitted from the apparatus directly to the limbic system, reaches the pineal gland. The pineal gland or brain’s shaman, governs the central nervous system. It’s a small organ located in the midbrain that transforms and transmits. Through receptor’s perception located in the retina of the eye, this gland produces the hormones serotonin and melatonin. Light creates serotonin’s production. The absence of light begins to produce melatonin most likely while the body is asleep . After about four hours of sleep we enter the deep phase in which lucid dreaming occurs. The lucid dream is only possible if the pineal gland has sufficient time to make melatonin in pinealina. The pinealina is a hallucinogenic substance that the unconscious uses to allow the brain to communicate with the deeper spheres. Distributed throughout the cerebral cortex while sleeping, active neurons operate in a reverse process, allowing the subconscious mind to speak to the conscious mind. This opens the door to the subconscious, allowing body experiences, prophetic visions in the timeline and higher levels of awareness. Before awakening and returning to the body, pinealina is naturally reabsorbed. The pineal gland, is the seventh chakra, the Sahasrara chakra and allows the connection of empathy with all endocrine and exocrine glands that secrete chemicals into the body, generating the sensations and emotions felt.

The first chakra, chakra of smell, corresponds to the endocrine adrenal glands. Those glands that secrete adrenaline, the hormone that activates when we feel threatened. The element connected to the first chakra is the Earth and essentially symbolizes the relationship of the person with his roots and sense of belonging to a particular place and context. In consciousness, the Muladhara is associated with the amount of physical energy and the will to live in physical reality. Concerning the areas of safety, survival, material existence and monetary, feeling safe and secure. It is the survival instinct, the ability to feel at home and being present in the here and now. Of the seven chakras, is the denser vortex, the subject and represents beginning, birth, origin.

The lack of balance in the first chakra, manifests in form of tension, anxiety, fear. Depending on the level of fear felt, the adrenal glands secrete varying amounts of adrenaline. When fear is not sensed and resolved on an emotional level, the unconscious panic attacks happen and therefore the alarm message is not caught, it is transferred and transformed into disease characteristics of the system to make the basal chakra malfunction. Anxiety, panic attacks, arthritis, osteoporosis, lymphoma, cystitis, colds, sinusitis, anosmia (loss of smell), prostate and body parts are controlled by the sacral plexus (Muladhara / chakra baseline) such as the: legs, knees, feet, kidneys, urethras bladder and nose. In varying degrees of intensity, blocking the first chakra is synonymous with fear. In today’s society, not only is it unseemly to feel it, but it is certainly externally needed. We have learned to mask it, using instruments linked increasingly to image and image removal perception. Creating a mainly optical world, erases the perception of pain and the subsequent play of sensory stimuli.

Fear is the feeling that saves our lives. The body is programmed to feel fear, pain and pleasure. Facing fear is the way to solve the pain and we remember it to reach a higher level of consciousness. We store it to learn how to distinguish and thus avoid a particular source of suffering. Regardless of the chemical composition of substances that we devote to the nose, their first action is to anesthetize and gradually destroy the body’s receptors in the nasal septum. Doing so damages the proper functioning of the adrenal glands, releases adrenaline, the hormone that allows us to promptly address the danger. The direct transmission of the olfactory cortex, also affects the pineal gland, creating dysfunction between the rhythms that regulate sleep, waking and subsequent pinealina secretion. Breathing is the starting point in the evolution of every living being. The base from which physical and cognitive paths are developed. We are atrophying the sense of smell because it is the only one to provide immediate feelings and is not misleading. Smell is the sense that evokes the deepest emotions unleashed by memories. Courage to remember is the basic principle  by which consciousness activates. By canceling smell’s perception, we anesthetize memory and inhibit conscience. We prohibit the brain from learning and memorizing. Which we need to feel pain and to grow. We sniff for fear of remembering. As communication tools in use today, primarily through images and thoughts, act by manipulating mass consciousness, drugs and substances present, as well as drugs such as psychiatric drugs, are essentially aimed to flatten emotions in the perception of suffering and insidiously spread among those who are afraid to face pain.

Ottavia Massimo

SOURCES

– University of Rome Tor Vergata

– J. V. (Ed.) Primary cosmetic surgeon – Hospital Osvaldo Cruz, Sao Paulo – Brazil

– Experiments in the perception during the consumption of psychoactive substances of natural origin

– Experiments in the perception during the consumption of psychoactive substances chemically synthesized

– Studies on samples of individuals between thirteen and sixty years,in relation to use of substances taken through the nose and related behaviors

– Study of the perception and the environment in relation to meditative paths in Thailand, Burma, Shry Lanka, India.