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Venerdì Santo. Venerdì Sangue.

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Venerdì Aleppo è Bustan Al Q’sser. Una zona di palazzi che dal ponte sul fiume, si rincorrono fino alla città vecchia.Venerdì in Syria è un giorno pericoloso. Un giorno di riposo. Per Allah. Il giorno in cui tutti insieme ci si riunisce a Shar al Bad’r per pregare urlando Allah è il più grande. Ma venerdì Allah riposa. Mentre ad Aleppo si muore.

Oggi ho paura. Adel mi aspetta alla frontiera con il suo miny bus. E’ l’unico appuntamento che ho, spero di arrivare entro le 11 e 30, prima che inizi la preghiera. E’ da oltre un mese che manco da Aleppo. Son successe tante cose. E’ stata istituita la Sharia Court. Rapito un amico. Ammazzato un altro amico per cui dell’assassinio sono stati incolpati e assolti i miei migliori amici di questa zona della Syria. Che ora non ci sono perchè il colpevole dell’assassinio non è stato ancora deciso e la famiglia della vittima ha sete di vendetta. La strada è cambiata. Non c’è più il grande check point di “Industiral City Sheikh Najar”, prima bisognava fare una lunga deviazione, ora si tira dritto fino ad Aleppo. Le strade brulicano di gente che corre e torna dal mercato. Il traffico è estenuante. Come in tutte le città arabe, come in tutte le grandi città del mondo. Se non ci fossi gia stata, penserei quasi di trovarmi nella chiassosa notmalità di un venerdì mediorentale. Dal confine turco Aleppo si raggiunge percorrendo una strada che corre lungo prati coltivati e villaggi rurali. Lentamente dalle campagne, ci si immerge tra quartieri industriali e case popolari. Oggi c’è il sole. Sono abituata al rombo degli aerei che ti tormenta orecchie e cervello, quando c’è il sole. Che strano, finora soltanto un boato in lontananza. Ai check point i ragazzi sono allegri, alcuni ci fermano, sorrido, mi chiedono se sono una giornalista, di mostrar loro i documenti. Rispondo di no. Si avvicinano incuriositi. Mostro il borsone di medicine e scarpe. Il sorriso si allarga e quasi sempre dalla bocca esce un – Mash’Allah, mandata dal Signore.

Iniziano i primi mucchi di immondizia. La spazzatura che prima costeggiava la strada a formare un muro lungo chilometri, pare essere notevolmente diminuita. E’ un problema serio la spazzatura. La Leishmaniasis in Syria sta dilagando e Aleppo in particolare è dilaniata dal tifo.

Scendo a Bustan al Q’sser, è pieno di gente, i generatori in azione, i negozi aperti offrono caffè, granite, pollo arrosto. I commercianti urlano la vendita di frutta, verdura, noccioline, ci sono banane dappertutto. Grandi, gonfie, marca Ciquita. Chiedo da dove arrivano, un signore indica un punto verso la zona sotto il controllo del regime.

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Shelling on the Old City

E’ quasi mezzogiorno. Dalla porta d’entrata della moschea una fila di persone in attesa, si allunga fino in strada, tra i banchi del mercato e le macchine. I bambini si rincorrono non curanti dei suoni di guerra che arrivano dalla Città Vecchia a meno di due chilometri di distanza. Giocano, ma lo sguardo rivela una saggezza inconsapevole, quell’esperienza forzata e spietata che la vita impone. O impari o muori. Nonostante siano passati due anni dall’inizio della rivoluzione, la gente continua a fare figli. E’ pieno di neonati. Nelle case, sui fronti, negli ospedali. Penso al numero crescente di suicidi nel mio paese, detentore di uno dei primati mondiali per bassa natalità annuale. In Syria, la rivoluzione pare reggersi sull’energia dei bambini, i loro sorrisi, la proiezione del loro futuro.

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Inizia la preghiera. Si piega la testa, il busto, ci si inginocchia, si bacia la Terra. Più si è, più Allah sarà propenso all’ascolto.

Il Corano consiste di 114 capitoli. Centoquattordici sura, un frattale del periodo di tempo trascorso tra Buddha e Mohammed, in base alla teoria secondo cui la civiltà umana è funzione della geologia della Terra. Cinquecentosettanta anni tra Buddha e Cristo e cinquecentosettanta anni tra Cristo e M’hammed, che sommati danno un totale di millecentoquaranta anni, ovvero 114 x 10. Il Corano racchiude in se la formula matematica del tempo quadridimensionale basata sul codice 0 – 19. La scoperta è da attribuire a uno scienziato di origine egiziana laureatosi in biochimica all’Università della California, il quale scoprì la relazione tra il codice 0 – 19 dei Maya e il 19 del Corano. Lo scienziato fu assassinato il 31 gennaio del 1990. Egli aveva in mente di fare una traduzione del Corano e sarebbe stato il primo arabo a tradurre il libro sacro in inglese. Quando iniziò la traduzione, si rese subito conto di una misteriosa particolarità. Dei 114 capitoli, ce ne erano 29 che avevano una “lettera mistica” all’inizio. Sottopose il Corano ad un’analisi computerizzata. Analizzò ognuno dei 6436 versetti, cercando di determinare il significato delle misteriose lettere mistiche e scoprì che tali lettere, si trovano ogni volta che ricorre il numero 19. Pubblicò le sue ricerche negli anni ’80 e i giornali scientifici gli dedicarono molta attenzione. In quel periodo di breve ma intensa fama, egli affermò che per essere musulmani, si ha bisogno del Corano soltanto. Tale scoperta e lo sconvolgimento che ne derivò, portarono a credere che l’Islam storico stesse cadendo, perchè lo stesso aveva rigettato il Corano come testo, seguendo invece gli “hadith” inventati e le innovazioni de la sunna. Lo studioso affermò che gli hadith e la sunna stanno al Corano, come la Chiesa cattolica sta all’insegnamento originario di Gesù. Nel 1984 il governo dell’Arabia Saudita, trovò e bruciò molti dei libri e documenti relativi alla scoperta. Lo scienziato morì nella moschea che curava, a Tucson, in Arizona. Assassinato da un gruppo islamico proveniente da Colorado Springs, la mattina del 31 gennaio del 1990.

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Nel Corano si afferma che non vi è distinzione tra i messaggeri. I messaggeri vengono mandati a tutte le genti, a tutte le culture, in ogni tempo. Nel tempo, tutti i messaggi ultimi, comprendono e consumano tutti i messaggi precedenti. Il Corano racchiude il segreto della religione Universale, il messaggio della Legge del Tempo. Un messaggio che prova l’esistenza di una matematica della quarta dimensione e che in realtà, nella quarta dimensione il numero è il suo vero e proprio linguaggio. Alla radice di ogni cultura vi sono i numeri 13 e 20. In lingua sanscrita, 20 consonanti e 13 vocali; nel linguaggio degli alberi dei drudi, 13 lune che prendono il nome degli alberi e un alfabeto di 20 lettere. Esiste una matematica superiore e sacra, basata sul 20 e non sul 10, un sistema vigesimale, anziché decimale. L’essenza del tempo, non è nella durata, computata in ore, minuti e secondi meccanici. L’essenza del tempo è nella percezione. Ovvero nella capacità di percepire la sincronicità tra le venti dita di mani e piedi e le tredici articolazioni principali, riflesso delle tredici lunazioni.

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La città vecchia di Aleppo è un ricordo che scema come il rosso del sangue sulle macerie che la raccontano.

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Un botto fortissimo, all’improvviso, interrompe i discorsi, il sorriso, immobilizza passi e pensieri, i gesti veloci dei commercianti, gli sguardi al cielo, mille mani appoggiate sulla fronte per vedere meglio, capire da dove, questa volta e quale palazzo è stato colpito. Quanti bambini sono morti abbracciati alle loro madri e quanti padri correranno dal mercato per vedere a chi è toccato, per urlare un dolore che non dimenticheranno e si trasformerà in vendetta. Una nuvola di fumo e polvere si alza gigantesca, imponente, maestosa. La gente inizia a scappare, è la prima esplosione e solitamente gli aerei colpiscono due volte di seguito, a una distanza di tre, sette minuti. Sono MIG 21. Non li senti, non li vedi. Finché le prime grida ti squarciano il cervello e allora un rombo assordante le copre e mentre corri, spalanchi gli occhi e finalmente lo vedi. Un riflesso d’argento si avvita nel cielo sparendo nell’inferno del tuo paradiso. Lo cerchi, lo segui, lo aspetti. Ma è sempre troppo tardi. Quando ti accorgi di lui, qualcuno è già morto.

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Il target probabilmente era un’ospedale a duecento metri dal bombardamento. Le donne urlano rassegnazione e rabbia – Perchè non si giunge a un accordo? Basta guerra, non abbiamo più figli da sacrificare! – Se l’esplosione avesse colto l’obiettivo, sarebbero morti circa venticinque ragazzi, ricoverati per ferite da arma da fuoco. E’ stata invece colpita un’abitazione. E sono morti tre bambini.

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Aleppo vive di notte. C’è il copri-fuoco, i giornalisti non escono perchè i fotografi non possono lavorare e di notte pagano la stanza, non il fixer. Ma come in molte altre zone di guerra, gli obiettivi si circondano dopo il tramonto. Si attacca dopo la mezzanotte. Ci si nasconde poco prima dell’alba.

Mi sveglio all’ennesimo razzo che illumina il cielo, direzione Città Vecchia. Dormo in una casa lontana, a circa due chilometri e mezzo dall’obbiettivo dei bombardamenti, il IV piano di un palazzo dietro una zona nemica. I razzi partono da lì, il rombo di lancio squarcia l’udito. Dal quartiere delle manifestazioni, Bustan Al Q’sser, partono dei colpi di Shilka, la contraerea. In Libya festeggiavamo a colpi di cannone, si usava la shilka invece dei fuochi d’artificio, perchè ogni suo rombo è seguito da una luce rossa che taglia l’orizzonte. In Syria il cielo sembra piangere fiocchi di sangue. Qualcuno bussa alla porta, la proprietaria di casa che abita al piano di sopra, si lancia nella stanza con i tre figli aggrappati alla gonna. Lo sguardo atterrito, i bambini tremano, la bocca spalancata, le mani sulle orecchie, gli occhi sbarrati sulla finestra aperta, la madre la chiude, io la riapro dicendole che i vetri sono peggio delle lamiere. Ci sediamo, la abbraccio, preghiamo, ma la voce non esce e le parole sono sussurri di terrore, troppo grande, insopportabile, pregno del dolore della paura e del ricordo del sangue di due anni di guerra. Botto. Fischio. Luce. Esplosione. Lacrime. Le vene sottili delle mani dei piccoli sembrano esplodere ad ogni boato. Mi guardano in cerca di risposte, all’ennesimo bombardamento comincio ad urlare – Allah akbar Allah akbaaaar!!! – La madre mi guarda incuriosita, sorrido, guardo i bambini, stringo i pugni, le braccia al cielo – Allah akbar, hada nahne, Allah akbaaaaar! Dio è grande, siamo noi a bombardare, Jesh al Hurr, sono i ribelli! Dio è grandeeee! – I bambini allentano la presa delle mani sulla gonna, deglutiscono, sorridono, stringono i pugni e con me urlano Allah akbaaaar. Ora ad ogni esplosione, facciamo festa. E se ci colpiranno? Immagini di morti già vissute mi martellano il cervello – se saremo noi i prossimi, se sarò io a vivere, cosa dirò al padre? Se uno solo dei bambini sopravviverà, mi condannerà per averlo ingannato – avevi detto che stavamo vincendo, che i botti erano i nostri amici, che non c’era nulla di cui avere paura. Cosa dirò quando atterrito dal silenzio del sangue dell’ingiustizia mi chiederà – P E R C H é.

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