NUR

Ottavia Massimo © all rights reserved


Dipendenze e adrenalina

 

Bulimia e fronti di guerra. Le dipendenze non sono malattie, sono modi di vivere.                                                                        Osservazioni                                                                                                                            

E’ talmente potente la guerra, che sui fronti ti passa pure la bulimia. Per quanto ora finalmente riesca a gestire il mio “vizietto”, la guerra è l’unico sistema in grado di liberarmi totalmente dalla prigionia dei disturbi alimentari. Come l’amore. Con la guerra però la sensazione di un pensiero libero dai tranelli del cervello, dura più a lungo. In guerra scompaiono anche gli attacchi di panico. Il tempo è regolato dall’essenza di un’emozione che segue azioni non consuete. I giochi della mente non trovano spazio.

Comincio a pensare al cibo, il giorno prima di uscire dalla dimensione guerra. Solitamente non cedo ma sento crescere un’ansia sottile che promette vuoto. Per tre pacchetti di patatine e un Raider, a marzo in Syria, fu questione di qualche minuto non rimanere incastrata in una casa che poco dopo divenne un target. Albeggiava appena, i muri tremavano, non c’era luce, non potevo aprire la finestra perchè era zona di cecchini. Faceva molto freddo quando mi misi sotto le coperte decisa a viziare il mio vizio almeno una volta. Notte. Ero in preda a un attacco d’ansia dovuto al calo di adrenalina e alla sensazione di bombardamenti imminenti. Iniziai a mangiare. La giornata non era stata delle più comuni. Avevo conosciuto una giovane signora coraggiosa che mi propose di andare a passeggiare nella black area, le due grandi piazze governative. Il giorno prima in ospedale, erano arrivati vari bambini feriti o morti che avevano commesso l’errore di giocare in strada dopo il tramonto. Li accarezzavo mentre sentivo crescere una rabbia incontrollabile per cui ero decisa a voler capire chi li avesse colpiti. Le undici di mattina circa. Mi misi il burqa e una lunga veste nera, da uomo, aperta davanti. Si vedevano jeans e scarponi ed ero più alta della media delle donne siriane. Ero ridicola ma decidemmo di provare. La mia amica indossava un hijab a coprire i capelli soltanto. Uno dei suoi figli era un’attivista armato ma il governo ancora non lo sapeva perchè il ragazzo si occupava di missioni specifiche e ben organizzate. Non usciva durante il giorno. Non abitava con la madre e la famiglia, la cui casa si trovava in una delle due zone controllate dal governo. La mia amica era conosciuta ma non ancora un target. Indossando il burqa (integrale, retina e secondo velo sugli occhi), avevo il dovere e diritto di non rispondere né parlare. Camminavamo a braccetto, con passi veloci, la testa appena rivolta verso il basso. Ai muri dei palazzi governativi erano appese fotografie gigantesche di Bashar Al Assad. Sui tetti, all’angolo di ogni edificio, gruppi di tre, quattro cecchini puntavano l’orizzonte in fondo alla strada. Sentivo gli sguardi penetrarmi l’anima e la schiena. I soldati ammiccavano ridendo e qualcuno disse: vedrete donne che fine farete tra poco con quel burqa! Da quando era iniziata la rivoluzione, le donne di Idlib decisero di indossare il burqa a coprire il volto interamente. Prima vestivano l’hijab soltanto, alcune nulla. I soldati del governo mal sopportano il fatto di non poter riconoscere un volto. Né amano chi pratica una filosofia. Varie moschee dei paesi tra le montagne della regione sono state assalite, distrutte, filmate mentre i ragazzi in divisa pisciano sui tappeti di preghiera cantando filastrocche di scherno su Allah. Camminammo al centro dei viali lungo le due piazze, scavalcando i sacchi di sabbia dei check point e passando a pochi centimetri dai cecchini. Ci guardammo negli occhi due volte con due soldati. All’inizio percepii odio. Poi vidi l’aura bucata di un bambino sperduto. L’aura dei cecchini è spenta come un mattino senza speranza. Grigia con sfumature più intense tendenti al bleu o viola. I buchi sono fori minuscoli e asimmetrici che dalla zona grigia corrono verso gli strati sottili intorno al corpo. Quando la coscienza si macchia, l’aura sbiadisce fino a scomparire.

Come le persone, anche i luoghi hanno una lora aura. Avvicinarsi al cuore di una città in guerra, significa saltare tra le dimensioni degli anelli di una spirale che si snoda tra i quartieri. Si poteva guardare da una certa distanza, Idlib. Entrarci era difficile. Da un tratto di strada lungo un uliveto, si potevano arrivare a vedere i carri armati sulla “corniche”, l’ultimo anello prima delle zone abitate intorno alla città vecchia. Le radici della rivolta nascevano nella medina. Il mio amico di Qurin, ventitre anni, padre da poco meno di un anno,  disertore dell’esercito, si rifiutò di accompagnarmi. Mi affidò a un essere particolare di un paese vicino. Era mattina. Tardi, le dieci e qualcosa. Parcheggiammo tra gli ulivi. Scesi dalla macchina, mi misi l’hijab. Montai  sulla motrice di un camioncino, aperto dietro, vuoto. Il tipo era castano chiaro tendente al rosso. Si muoveva con un’eleganza sottile e decisa. Gli occhi disprezzavano la vita ma erano immersi nell’emozione della lotta per la sopravvivenza. Aveva appena ammazzato quattordici persone. Con una k’mbala, una bomba fatta in casa ed esplosa in un preciso momento di qualche ora prima, mentre passava un pulmino. Pare fossero tutti shabiha. Due mesi prima un gruppo di shabiha, gli uomini del governo che agiscono in borghese, erano entrati a casa sua, avevano legato la moglie e sparato uno per uno ai loro sei figli. Qualche settimana dopo lei era di nuovo in cinta. Lui era incazzato come gli esseri dei cieli e non aveva ancora abbastanza da perdere. Disse che non ci sarebbe stato problema, ché mi avrebbe portata lui dentro Idlib.

La mattina in cui arrivai nella città vecchia, sentii gli occhi spalancarsi di stupore mentre osservavo le donne in burqa e tacchi alti camminare tra le pozzanghere del suq siriano. Immerse nel loro buio e tra i colori della vita. In un silenzio quasi assoluto. Erano mesi ormai che la gente viveva ogni istante del giorno e della notte pensando che presto qualcuno avrebbe dato l’ordine di attaccare. Dopo i primi bombardamenti che da circa sei mesi, con costanza, colpivano i palazzi più esposti della medina, gli abitanti iniziarono a pensare di doversi abituare ai boati, alle lacrime, alla paura. Piano piano la vita riprese a pulsare tra le vie del mercato in un brulicare di sussurri e figure danzanti nel silenzio dei rumori della guerra.

Sei giorni dopo, alle 4 di mattina del 10 marzo, il primo boato colpì un palazzo distante duecento metri circa. Stavo finendo di mangiare il terzo pacchetto di patatine. Feci finta di niente e scartai il dessert. La seconda esplosione fece tremare vetri e persiane mentre mangiavo la seconda barretta di Twix. Se avessi avuto altro cibo avrei continuato ad ingozzarmi senza percepire paura né sapore, intrappolata nell’appagante oblio della mia dipendenza. La gente iniziò ad urlare correndo in strada. Mi infilai le scarpe.

La città era sotto assedio, i carri armati stringevano le fila sulla “corniche”, la via principale che chiude la città in un anello di catrame. Da tre giorni provavamo ad uscire ma le strade si chiudevano una dopo l’altra, di ora in ora. I check point erano tanti e volanti. Sull’unico tratto percorribile per attraversare la corniche in macchina, erano stati eretti muri di terra. Quel giorno ero insieme a tre grandi persone, un fotografo, un cameraman e un siriano che spesso chiamo fratello. Volevamo uscire dalla città, non dalla Syria. Andare in una fattoria a un chilometro e mezzo da Idlib. In quei giorni, dentro l’anello di asfalto si viveva in una dimensione i cui ritmi della quotidianeità erano gestiti dal sentimento di paura in ogni sua sfumatura. Sapevamo che il regime stava preparando l’attacco. L’odore dell’adrenalina si infilava sottile tra i vestiti e i pensieri. Non si poteva uscire dalla medina. Né era possibile capire come e quando sarebbero iniziati i bombardamenti.

La notte di quello stesso giorno, scappando tra gli ulivi e i laser dei cecchini, promisi che se fossi uscita viva da tale situazione mi sarei seriamente occupata del mio vizietto. Non era la prima volta che mi veniva in mente di provare a rinunciare per sempre alla mia dipendenza. Ma fino ad allora non trovai il coraggio di promettere. A me stessa o a una qualche entità. Forse non avevo ancora capito chi fosse il mio Dio o probabilmente non lo stimavo abbastanza da comprendere quanto amassi la mia stessa vita. Questa volta mi resi conto di quanto vivere fosse tutto ciò che conta. Ero stata ferita. Avevo il detrito dell’esplosione di un mortaio, dentro. Al centro della linea alba che da sotto il seno si allunga fino allo stomaco. Bruciava. L’unico ospedale agibile era pieno di morti e feriti. Mi convinsero a farmi visitare, ma quando i dottori che conoscevo videro il foro e il sangue sulla maglietta, chiamarono una donna. Chiuse la porta sorridendo. Mi svestii. Prese un coltello e iniziò ad affondare nella ferita con la punta dello stesso. La fermai ringraziandola e dicendo che stavo bene, ché c’erano casi più urgenti da risolvere. Chiamò un dottore che arrivò con una siringa di antibiotico. Rifiutai anche quello, non sapevo cosa fosse e non volevo rischiare di perdere lucidità. Era appena mezzogiorno e i bombardamenti iniziati da poche ore soltanto. Quando uscii dall’ospedale “ridevo” pensando che l’unica cosa di cui avevo bisogno era una tavoletta di cioccolato turco ai pistacchi.

La bulimia è una prigione di strategie. Come la guerra, la cocaina, l’eroina, l’anoressia, le dipendenze. E’ un modo di vivere i cui picchi la mente cataloga come malattia. Una prigione di ossessioni che generano ansia e stati compulsivi non lucidi. Tali stati e sistemi mentali che ne mantengono l’equilibrio, si spalmano tra realtà e comportamenti quotidiani. Il bulimico deve riempire un vuoto che è assenza d’amore. Vuoto dato dalla mancanza di certezze. Insicurezza solitamente provocata dall’incostanza caratteriale di alcuni genitori ligi all’intenzione, non coerenti nell’azione. La polarità accentuata del comportamento di un genitore genera spesso disturbi nell’alimentazione dei figli. Il modo di mangiare, il rapporto con il cibo, riflette il comportamento applicato alla vita. Il bulimico è affamato di emozioni tanto quanto indifferente alle stesse, durante un attacco di fame.  Vuoto è mancanza di disciplina che un figlio interpreta come carenza di interesse da parte del genitore. Fame d’amore. La bulimia ti incastra la vita perchè spesso te la salva. E’ una dipendenza scatenata dal senso di torpore e astrazione che l’attacco di fame e conseguente stato di sospensione apatica, provocano. Gli stadi sono molteplici e variano a seconda di quanto ci si riesca ad amare in un dato periodo.

Ricordo perfettamente il giorno in cui scoprii il trucchetto. Ero a casa di un’amica che stimo e amo come una Sorella. Avevamo appena mangiato gli gnocchi alla romana, quelli di semolino, tondi, alti due, tre centimetri, coperti di burro e parmigiano a scaglie. Non ricordo perchè ma a un certo punto, la mia amica disse: “io quando ho mal di testa, vado in bagno e vomito. Mi viene naturale, mi piego, faccio un movimento con la gola e vomito”. Andai quasi subito a provare. Non mi sembrò difficile, ebbi immediatamente la sensazione di aver scoperto un modo di vivere congeniale. Avevo tredici o quattordici anni. Fisico muscoloso ma da qualche mese meno asciutto. Cominciò un’esistenza nuova e dettata dai ritmi cronici e compulsivi del disturbo. Durante gli attacchi di fame raggiungevo picchi di follia e astrazione totale. Ero in grado di mangiare e vomitare anche 30/50 volte al giorno, nei periodi peggiori. Divoravo decine di libri al mese su anoressia e bulimia, per carpirne trucchi e strategie. Fine anni ’90. Il momento più buio durò due anni. Tra i diciassette e i venti. Frequentavo una scuola di recupero per ragazzi deficienti. No, scherzo. Con tutto il rispetto ma è un dato di fatto l’aver perso troppo tempo tra dinamiche di ribellione inutili. Una piccola scuola di un grande paese. Eravamo una trentina. Ognuno di noi aveva un problema specifico i cui sintomi erano cronici e più o meno violenti. Tutti facevamo uso di sostanze. Da fumare, pippare, ingoiare o iniettare. E’ capitato che il preside ci chiamasse in segreteria per chiederci una botta di cocaina. Due amici sono morti per overdose da pasticche. La mia migliore amica era anoressica e satanista. Io ringrazio ancora il cielo di non essermi rifugiata in nessuna di tali dipendenze. Avevo la mia e le dedicavo il 90% dei pensieri. Un giorno mi venne offerta una polvere che credevo di aver gia provato. La sniffai per accasciarmi sul pavimento all’angolo della stanza centrale, comune alle aulee. Mentre non capivo di che viaggio si trattasse, i miei “amici” dissero che era eroina. La rivelazione provocò fortunatamente uno spavento tale, che mai una volta pensai di avvicinarmi a tale sostanza, ma credo che da quel genere di sistema mi salvò la bulimia. Ognuno ha la sua droga e quando pensi di non poterne uscire, stai scegliendo di perdere. La bulimia è una delle interpretazioni più estreme tra le polarità umane. Ti chiudi in un rapporto d’amore non lucido con il tuo cibo, perchè riempia i vuoti dell’anima. Ti svuoti per lo stesso identico motivo, perchè hai paura che il tuo corpo non susciti interesse, per non rimanere solo. Ogni volta che osservi il cibo cadere per vomito auto-indotto, l’aura sbiadisce. Si buca. Poco o tanto in relazione a quanto sei cosciente di ciò che fai. Nel bene e nel male.

I denti sono l’espressione più vera e ambigua del sintomo della bulimia. Le carie colpiscono colletti e radici. La loro forza è data dall’abbassamento del livello di produzione di saliva in bocca, dovuto a una iper produzione di acidi gastrici che al contempo corrodono lo smalto provocando piccole aperture sotto le gengive, dove si insinua la placca. La placca, quella specie di schiuma bianca che si forma dopo mangiato, è acida. Se non rimossa, diventa carie. La carie è un essere che produce escrementi non alcalini. Acidi. L’acidità di tali escrementi, nel soggetto bulimico, raggiunge livelli tali da dover ricorrere alla devitalizzazione, sostituzione o ricostruzione dei denti. In un individuo bulimico dall’età dell’adolescenza (Italia: 13 – 20 anni), i sintomi sui denti compaiono con violenza e diventano cronici, intorno ai trenta anni.

Quando sei piccolo ti senti invincibile. Le conseguenze delle tue scelte non sono importanti. La coscienza è giovane e spesso sceglie dinamiche di non percezione profonde e irreversibili. Meccanismi cerebrali aggrappati a strutture create per la dimensione materiale di un’epoca in cui le polarità caratteriali vengono smussate e controllate dal denaro che sostiene le case farmaceutiche. Da sostanze catalogate sotto la dicitura: “In prova. Sintomi variabili non confermati”. Improvvisamente non puoi far altro che accettare le conseguenze della tua indifferenza.

Inoltre. L’acido prodotto dalla sovrastimolazione delle ghiandole che fanno da ponte tra stomaco ed esofago, alza il livello del ph nel corpo. Le cellule del cancro sono caratterizzate dal livello di acidità presente. Quando una cellula non è alcalina, è acida e si trasforma in tumore. La quantità di acido prodotto da un essere bulimico puo generare tumori a stomaco, esofago e fegato.

Chi è bulimico è anche anoressico. Gli anoressici sono talvolta bulimici. L’anoressico non vuole percepire. La trasparenza cui anela è un urlo di dolore spietato e punitivo. L’anoressia non lascia spazio ai dubbi. L’anoressico lo riconosci. Come l’eroinomane. Scelte di vita radicali che non ti volterai a guardare. La bulimia invece è falsa e bastarda come la cocaina. Sistemi mentali che regolano ritmi di perfezione apparente. I bulimici e i cocainomani ricorrono alla menzogna più di chi sceglie altri sistemi di dipendenza, perchè il loro ego si nutre del contorno che lo identifica.

La bulimia, come tutte le dipendenze, non è una malattia, ma un modo di essere. Per quanto inconsapevole tu sia, la tua coscienza sta scegliendo quel preciso disturbo che trasformerà in un rifugio segreto in cui annegare la percezione dell’assenza d’amore e relative sfumature.

La guerra ti illude di guarire dalla dipendenza. Come la scelta graduale e spasmodica di sport sempre più estremi. Emozioni ricercate dall’ego per sostituire le dinamiche che portano alla volontà di riempire un vuoto, cedendo alle manipolazioni di un disturbo cronico.

Credere di poter gestire una dipendenza attraverso  la naturale produzione di adrenalina, è come essere convinti che la stessa dipendenza sia un’inguaribile malattia. Entrambi gli estremi giocano il medesimo ruolo. Allontanare l’ego dalla percezione dell’io, attraverso l’esaltazione delle polarità che si nutrono in realtà di illusioni.

Fermati. Osserva. Ascolta.

Accetta ogni pensiero, soprattutto il più mediocre. La percezione è una dimensione che si costruisce attraverso l’ammissione delle proprie debolezze. Fregatene del giudizio altrui. Il tuo corpo presto o tardi, morirà comunque. E’ alla tua anima che dovrai render conto, il corpo serve a questo. Ascolta il respiro del vento, il sangue che ti scalda le vene. Osserva la paura del dolore. Non ti interessa? Non sentirti in colpa. Scegli di non percepire e le illusioni porteranno il tuo corpo nello stesso punto di chi percepisce. L’anima non avrà più tempo di connettersi ai mondi in cui gli esseri volano e si nutrono di luce, ma non importa. Avrà altre vite per capire che la percezione del corpo nella gioia e nel dolore, sono la stessa cosa e l’unica via perchè la Libertà non sia illusione.

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