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Ottavia Massimo © all rights reserved


Storie dalla Syria (5 photos)

Bab Al Nassr, Città Vecchia – ALEPPO

Uno dopo l’altro, i minareti della città vecchia, scomparivano nel fumo delle esplosioni. Gli aerei bombardavano le zone periferiche ma gli scontri a terra quel giorno, avvenivano intorno alla “Cittadella”, il castello arroccato sopra la medina. Osservavo la guerra dal tetto di una casa situata in una zona alta di Aleppo, a pochi metri da una delle basi del governo che da quel punto attaccava alternando lanci di missili a colpi di carro armato. Il rumore era spaventoso e spesso le mura tremavano, ma i combattimenti, il delirio, era lontano almeno un chilometro e mezzo. Chiesi al mio amico siriano di portarmi nella città vecchia. Mi guardò con occhi severi. Toccandosi l’aorta disse che aveva paura per me, che io per lui ero lì, nel suo collo, importante come la sua aorta. Sorrisi con affetto e ringraziandolo ripetei che volevo andare nella medina, dagli Omar Mukhtar e di lasciarmi lì.

Moschea di Bab al Nassr

La prima notte a Bab Al Nassr, dormii nel seminterrato di un ufficio occupato da un gruppo del Free Syrian Army (soldati volontari contro il governo), la katiba (squadra) Omar Mukhtar”. Non fu facile convincerli ad ospitarmi. I giornalisti dormono tutti insieme in posti prestabiliti e le donne vengono solitamente accompagnate in qualche villaggio di confine a due, tre ore di distanza da Aleppo. Arrivai al tramonto, accompagnata dal mio amico siriano che se ne andò toccandosi il collo mentre sorridendo promettevo che inchAllah, non sarei morta.

Le basi erano due. Un grande negozio di articoli scolastici in cui erano stati stesi dei tappeti su cui mangiare e dormire e la Moschea di Al Fatimia, un edificio di epoca medievale situato tra i palazzi della città vecchia. Gem Al Qabira, la Grande Moschea, si trovava a un chilometro di distanza circa ed era occupata dai soldati di Assad, come la Cittadella che imponente e maestosa, guardava la medina dall’alto del colle su cui sedeva. Mangiammo tutti insieme nella moschea di Bab al Nassr, ma quando gli occhi mi si chiusero dal sonno, fui invitata ad uscire. L’entrata dell’ufficio dove avrei dovuto dormire, era situata tra la postazione del cecchino degli oppositori ed il fronte con i cecchini di Bashar al Assad, a ottanta metri di distanza. Il mio letto era in fondo, a trenta metri circa dall’entrata. Una cinquantina di metri dalla base nemica. In città, dormire sui fronti quando la guerra comprende missili e bombardamenti aerei, è la cosa più intelligente che si possa scegliere di fare perchè difficilmente verrà presa di mira la tua base, se vicina a quella del nemico.

Minareto della “Cittadella” 

Mi svegliò il boato di un’esplosione a pochi metri per la quale cadde un pezzo di muro di fronte a me. Subito dopo sentii urlare: “Yalla ascari maha Bashar yalla! Seffr Uahed Etnein Tlata Harba Hamsa Sitta”! – Forza soldati di Bashar Forza! Zero Uno Due Tre Quattro Cinque Sei! – Soffiai sulla candela accesa poco prima e spalancai gli occhi nel buio e nel terrore. Lo zaino era pronto, mi misi le scarpe. Rimasi ad ascoltare. Urla, spari, silenzio, incitamenti. Non mi sembrava di riconoscere neanche una voce. La stanza era un seminterrato, l’ultima di tre grandi ambienti in fondo a un corridoio. Le finestre erano tre piccole aperture rettangolari, poste in alto e con le grate. Non c’era luna. Continuai ad ascoltare seduta sul letto, cercando di ricordare come fosse distribuito lo spazio. Sudavo. Mi ricordai di respirare. La rete del letto scricchiolava al minimo movimento. Immaginavo che il gruppo fosse stato assalito e che fossero tutti scappati o morti. Se fossimo stati attaccati dal fronte, sarebbe stato impossibile per i miei venirmi a prendere, perchè in linea d’aria la mia camera era in mezzo ai due fronti. Quando si sparava ci si poteva muovere protetti dal frastuono, ma il buio era di pece ed io appena arrivata. I momenti di silenzio erano spaventosi. Alternati a voci che facevano il verso dei cani e urla di scherno al ritmo di un fischietto. La grande camera che portava alla mia, era piena di scatoloni contenenti il Corano. Avevo visto decine di video in cui i soldati del regime bruciavano il Corano. Se avessi fatto rumore, sarebbero entrati o avrebbero incendiato l’edificio. Ricordai le foto scattate quel giorno e nascosi la scheda di memoria tra i seni. Non potevo far altro che aspettare. Trascinai il materasso per terra a bloccare la porta. Se fossero entrati, avrei guadagnato qualche secondo. Mi sedetti sui talloni, schiacciata contro il muro. Immaginavo che stessero conquistando la zona e che fossero pronti a qualsiasi imprevisto. Se fossi uscita, mi avrebbero sparato. Dovevo aspettare l’alba. L’unica speranza era uscire con la luce urlando che ero donna e straniera. Cercai nello zaino l’hijab per coprirmi i capelli. Lo rimisi a posto pensando che il regime era contrario alle tradizioni islamiche. Fuori continuavano i passi cadenzati e dal lato opposto, unica via d’uscita, i suoni di guerra erano mutati in un vociare terrificante di uomini impazziti. Suonò il telefono dell’ufficio a dieci metri di distanza. Nessuno rispose. Suonò di nuovo, in camera mia. Non risposi e da quel momento fui certa di essere sola tra i nemici.

Check Point

Le voci intonavano filastrocche e promesse di morte – “Dove siete cani schifosi? Dove vi nascondete, s s – t – i – a – m – o a – r – r – ivaa – a – a – a – n – dooo..” pensai fossero gli shabiha. Gli shabiha si occupano di violenze, torture, rapimenti, esecuzioni. Lavorano per il governo ma non ufficialmente. Sono il braccio dei mukhabarat, le spie in borghese. Gli shabiha sono quelli che hanno ammazzato, circa due mesi fa, la giornalista giapponese Mika Yamamoto, mentre camminava in una via di Aleppo. Durante la sparatoria rapirono un fotografo palestinese, che fu trovato morto ore dopo non lontano dal luogo dello scontro. Gli shabiha lavorano con i soldati. Arrivano dopo i combattimenti per “pulire” le zone conquistate. I cadaveri delle loro vittime presentano solitamente segni inconfondibili. Unghie e denti strappati. Mani legate dietro la schiena. Corpi appesi. Mi sorpresi a pregare Allah, Buddha e Cristo. Promisi che se mi fossi salvata avrei smesso di fumare. Tremavo ancora quando finalmente arrivò l’alba. Camminai lentamente verso la luce per guardare nel riflesso del vetro della porta. Riuscii a scorgere soltanto l’ombra di un kalashnikov. Sentii voci dai toni tranquilli. Poi di nuovo il suono greve e cantilenante di quella che mi aveva terrorizzata. Forse avrei fatto meglio a tagliarmi le vene. Sorrisi, pensando che nulla è casuale. Cercai di capire il motivo per cui mi trovassi in tale situazione. Mi domandai cosa avessi sbagliato e perchè meritavo di provare un terrore simile. Mi chiesi onestamente perchè fossi lì e quali sentimenti mi avevano spinta a tali estremi. Sentii il cuore riempirsi di un silenzio di pace e le risposte giunsero accompagnate da un senso profondo di serenità. Ricordai le volte in cui mi salvai grazie a poche parole espresse in qualche secondo. Aspettai ancora vagando tra una stanza e l’altra in cerca di un nascondiglio decente. Mi accucciai tra due file di scatoloni quando un raggio di sole illuminò i filamenti dorati del dorso di un Corano. Mi alzai. Vidi un uomo seduto sulla finestra con il telefono in mano.

– Salam alaykum – Non rispose. Alzai la voce – Salam alaykum! – Niente. Provai più forte – SALAM ALAYKUUM! – Non si girò neanche.                           Mi venne da piangere pensando che probabilmente i nuovi arrivati erano stanchi, poco ricettivi e forse molto più facilmente disposti a tirare il grilletto che ad ascoltare. Presi il coltello e lo infilai sotto la maglietta, con la punta all’altezza dello stomaco. Mi diressi verso la porta decisa ad affrontare la situazione. Se mi avessero catturata con violenza, mi sarei piegata verso la punta appoggiata sulla pancia e la pena sarebbe stata sicuramente breve e minore del dolore delle loro torture. Trovai il coraggio di affacciarmi nel corridoio. E fuori, nell’oro del mattino, vidi  un volto amico.