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LA GUERRA E’ PERCEZIONE

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DIETRO LA GUERRA C’E’ CHI LA RACCONTA.                                                 DENTRO?

Dinamiche psicologiche che regolano le azioni dell’individuo all’interno di un conflitto. Educazione. Vendetta. Dipendenza da adrenalina.

Osservazioni

I media internazionali parlano di primavere arabe, analizzando obiettivi e strategie dei capi di stato che a seconda di interessi ed esigenze economiche, gli stessi canali di informazione manipolano, generando diffidenza e confusione. Attualmente l’opinione pubblica sembra divisa in due. Chi crede che le immagini di violenza trasmesse, siano frutto di montaggi e costruzioni mediatiche a favore di un intervento militare occidentale in zone di conflitto islamiche. Chi, osservando gli stessi scenari, spera invece nel suddetto intervento, considerando i governatori delle zone in conflitto, carnefici dittatori assetati di potere. La guerra è un “gioco” mosso dall’esterno e dagli interessi economici dei leader mondiali. I meccanismi che regolano le dinamiche di un conflitto, sono però interni e relativi all’educazione di un popolo, alla storia, alla cultura di cittadini solitamente non consapevoli.

La dittatura genera ignoranza. L’ignoranza muta in rabbia.            La rabbia in vendetta.

In Libia la rivoluzione scoppiò quando a Benghazi, il 15 febbraio del 2011, Abdallah Senussi, braccio destro di Gaddafi nel coordinamento delle azioni militari, diede ordine di sparare sui manifestanti. Due giorni dopo, il 17, l’intero paese scese in piazza dichiarando ufficialmente l’inizio della rivolta. Le città furono circondate dai carrarmati governativi. Ad ogni bivio e sotto ogni ponte, furono allestiti check point militari con agenti provvisti di liste sterminate di persone da catturare. Durante i quarantadue anni di dominio gaddafiano, uomini in borghese sorvegliavano i quartieri giorno e notte e all’esterno delle case venivano installati dei micro chip, per cui chi veniva sorpreso ad esprimere pareri contrari alla linea governativa, veniva arrestato. Non si potevano guardare canali televisivi non fedeli al regime, qual’ora qualcuno avesse avuto il coraggio di montare un’antenna satellitare. Internet era limitato. La polizia entrava nelle case in modo coatto e centinaia di persone arrestate risultano tutt’ora scomparse. La popolazione, oppressa da leggi che non prevedevano apertura alcuna verso l’esterno: viaggi, insegnamento delle lingue, scambi culturali con paesi esteri, si è ritrovata inghiottita dalla morsa inconsapevole del “fenomeno ignoranza”. Quando scoppiò la rivoluzione, la gente si sentì improvvisamente appoggiata. Chi fino a quel momento non osò ribellarsi, trovò il coraggio di unirsi a quella che all’inizio era una minoranza. Le manifestazioni divennero fiumi di gente forte del crescente sostegno dato dai media. Ai militari fu ordinato di sparare sui manifestanti rivoltosi che il governo definiva terroristi. Perchè il popolo intero si spaventasse, venne dato ordine di violentare, torturare e giustiziare davanti alle proprie famiglie, chiunque si fosse mostrato contrario al regime. Quando entrai in Libia, Gaddafi aveva appena ordinato ufficialmente, di sparare a chi fosse stato trovato in possesso di un telefono satellitare. Due giorni prima, in Tunisia, mi fu offerto un visto ufficiale. Non accettai. In cambio avrei dovuto firmare una dichiarazione che diceva che sarei entrata per supportare il governo. Alla frontiera di Dhibat, sotto il controllo dei rivoluzionari, raccontai la verità, l’accaduto. Raccontai anche quali erano le notizie che arrivavano dalla Libia, in Europa. In Italia, fino a quando entrammo in Libia come paese NATO, secondo i media, erano gli oppositori a violentare, torturare, uccidere. Muammar Gaddafi, è stato tradito e abbattuto dalle potenze occidentali, a causa di interessi e relazioni internazionali circa petrolio, gas, acqua, giacimenti di oro, dominio occidentale sulle telecomunicazioni. Ma nell’istante in cui ha chiesto il sostegno del suo popolo, la gente che avrebbe normalmente taciuto per non essere uccisa o perseguitata, ha timidamente iniziato a raccontare. Via via che la rivoluzione ha preso piede, sono uscite testimonianze, documenti, video che raccontavano quarantadue anni di soprusi e violenze indicibili. Si è gradualmente scoperto che la maggioranza dei sostenitori, era stata educata all’attività militare. Sono emersi a centinaia, depositi e basi dell’esercito sparsi in tutto il paese. Munizioni nascoste nei giardini e nelle case dei cittadini che per paura o per denaro, soltanto a distanza di mesi dall’inizio della rivolta, hanno trovato il coraggio di parlare. Il potere di Gaddafi ha iniziato effettivamente a vacillare quando i militari stessi si sono uniti all’opposizione. Quando in molti si rifiutarono di eseguire ordini che prevedevano di giustiziare i detenuti o sparare ai manifestanti. Quando negli scontri ravvicinati, gli stessi soldati si resero conto che all’opposizione c’erano uomini libici, non terroristi venuti da fuori per scatenare la rivolta. Sulla strada per Sabha, città nel deserto a sud di Tripoli, verso il confine con la Nigeria, incontrammo gruppi di africani che a piedi da Mali, Sudan, Algeria, Nigeria, viaggiavano verso l’Occidente. Per mesi, i media di quei paesi, sotto il controllo di Gaddafi, trasmisero notizie relative all’apertura dell’Europa al continente africano, attraverso l’Italia. Chi riusciva a raggiungere l’Italia, rimaneva incastrato a Lampedusa. Ma la maggior parte dei viaggiatori, giunti in Libya, veniva arruolata dall’esercito. Il salario mensile dei mercenari, come per gli altri soldati, era compreso tra i 1 500 e i 10 000 dollari, a seconda del settore in cui si specializzavano. Venivano addestrati all’utilizzo di strumenti di precisione e veniva loro affidato materiale esclusivo proveniente principalmente da Russia, Italia, Francia, Inghilterra, Germania, Usa e Malta. Gli stessi paesi, esclusa la Russia, che in seguito insieme al Qatar, armarono l’opposizione.

La rabbia di un popolo manipolato da repressioni e menzogne

Dopo la caduta di Tripoli, quando si ebbe il tempo di andare a cercare armi e munizioni, venivano scoperti ogni giorno nuovi depositi. Intorno Tripoli, decine di famiglie iniziarono a denunciare la presenza di munizioni nelle proprie case o nei pressi delle stesse.

Quando chiedevo:

-Perchè avete permesso venissero nascoste armi e munizioni nelle vostre abitazioni? Quanto vi pagavano per questo? Rispondevano:

Per paura. Perchè non vi era scelta. Se non ci si prestava al volere del regime, si veniva arrestati o uccisi. Era l’unico modo perchè non ci perseguitassero. Il silenzio che promettevamo valeva tra i cento e i trecento dollari”.

-Al mese?

No. Saltuariamente. Quando ci lamentavamo perchè non c’era lavoro e non avevamo soldi”.

Ogni volta che trovavamo un deposito, mi urlavano in faccia:

Guarda O. guarda cosa ha fatto Gaddafi con i nostri soldi”!

Centinaia di metri quadrati di armi accatastate nei campi, tra i palazzi. Coperte da teloni mimetici e dall’omertà dei cittadini. Camere all’interno delle abitazioni, piene fino al soffitto di munizioni e strumenti di guerra.

Non si fa che parlare di geopolitica, relazioni internazionali ed alleanze tra super potenze che in nome dei diritti umani, dichiarano guerre spaventose per il dominio di territori strategici.

Ma chi è che subisce le decisioni dei leader. Chi sono e soprattutto, cosa pensano questi popoli che a seconda del momentaneo interesse mondiale, subiscono e non consapevolmente, avallano crimini contro l’umanità.

In Libia, i più coscienti, alle domande:

– Siete sicuri vi sia un unico Gaddafi a questo mondo? Pensate che davvero la NATO sia qui perchè sconvolta dalle visioni riguardanti i crimini commessi dalla dittatura?

Rispondevano:“Ci penseremo poi. Qualsiasi cosa sarà comunque meglio di Gaddafi”.

L’esercito libico all’opposizione, era un popolo di avvocati, ingegneri, commercianti, ragazzi inesperti e depressi dai quarantadue anni di dittatura. Persone facilmente manipolabili perchè vittime di una lunga oppressione che ha generato ignoranza, indifferenza, confusione, rabbia. Ragazzini senza sogni né ambizioni, che un giorno si sono improvvisamente ritrovati a poter scegliere tra l’usuale silenzio e la possibilità di combattere per un ideale che chiamavano libertà.

Venne armato chiunque intendesse prendere parte alla rivolta. Contemporaneamente uscirono prove e testimonianze di anni di oppressione. Allo stesso tempo, i discorsi pubblici di M’ammar si fecero sempre più aspri e minacciosi. Gradualmente, anche chi per mesi si era rifiutato di combattere in nome del valore – vita, si convinse che la lotta armata fosse l’unica possibilità perchè i pensieri si associassero alla parola Libertà.

Sui rivoluzionari, che il mondo intero si ostina a chiamare ribelli, quando invece la parola THWAR deriva da THAWRA, che significa rivoluzione, ne hanno dette di tutti i colori. Terroristi, stupratori, ladri, assassini. Non posso parlare in nome dell’intero popolo. Ma posso dire di essere stata quattro mesi tra migliaia di uomini libici. Nessun problema in quanto straniera. Nessun particolare problema nel senso del rispetto, circa l’essere donna. Varie volte mi sono chiesta perchè. L’unica vera ragione, l’ho trovata pensando all’educazione e alla cultura appartenenti ai ceppi di origine tribale da me vissuti. Gli “amazigh”, i berberi. Quelli che dal governo di Gaddafi, venivano maggiormente perseguitati e discriminati. Le decisioni circa lo sviluppo del territorio, non li riguardavano perchè nelle zone da loro abitate, non vi è petrolio. A loro era proibito parlare la propria lingua. Chiamare un figlio con un nome berbero. Coltivare le antiche tradizioni legate alla cultura che racconta dei primi abitanti in territorio libico. Esporre la propria bandiera. Nessuna delle violenze denunciate pubblicamente, commesse dai rivoluzionari durante e dopo la guerra, riguarda gli amazigh.

Se prima e dopo i conflitti, ciò che distingue l’uomo dalla bestia, è l’educazione; sono invece due i meccanismi psicologici fondamentali che muovono le dinamiche sui fronti di guerra:

Il sentimento di vendetta.                                                                                                                               La dipendenza da adrenalina.

A prescindere dai motivi etici per cui una data guerra si sviluppa, il sentimento individuale si muove sul meccanismo sanguinario dato dalla voglia di rivalsa che segue un dolore subito. Se dietro i conflitti vi sono scenari regolati da sfumature sottili e realtà distorte, in guerra ogni situazione è estrema, la sensazione conseguente relativamente amplificata e il tempo di reazione ad un avvenimento preciso è breve e dettato da percezioni non lucide. La gioia come il dolore, si manifestano in atteggiamenti deliranti come la rabbia che segue la perdita di una persona amata. Scontri che nella normalità provocherebbero in casi estremi, solamente feriti, dato il numero di armi presenti e la gestione caotica delle stesse, si trasformano in lotte armate sanguinose e mortali.

 Ciò di cui mai si parla è l’incontrollabile adrenalina che sui fronti si sviluppa.

La guerra è contagiosa.

Non le manifestazioni che la precedono né i dopo-guerra, periodi in cui generalmente vige la legge del più forte anche tra amici, per cui i popoli si rivelano in tutta la loro umana bassezza. Ma il periodo in cui si combatte giorno e notte. Il periodo in cui non vi è niente di usuale, perchè ogni giorno molto probabilmente, sarà l’ultimo. L’istante di ogni respiro si trasforma in ricordo e nulla appare scontato. Gesti normalmente formali, si tingono del coraggio di espressioni solitamente represse. In guerra si ride continuamente. Ci si scambia e condivide tutto. Si piange. Si canta. Si balla. I fantasmi del passato, assumono sembianze irrilevanti e il dolore si trasforma in saggezza. La guerra è un’occasione per imparare ad amare la vita. E’ vivere quotidianamente tra dinamiche fondate sul rispetto dell’individuo e la difesa del diritto di esistere. Le battaglie sono scandite da picchi di gioia e dolore. Ci si dispera per la morte di un compagno. Si esulta per la conquista di una zona. Tutto ciò che ruota intorno alle ore di combattimento, sono sfumature legate alla riconoscenza verso un dio o un fato che ci ha tenuti in vita. La guerra è percezione. La percezione è libertà nel poter scegliere che tipo di persona voler diventare.

 Ma quando una guerra finisce, quando non vi sono più fronti precisi, i popoli si trasformano in ammassi di individui psicologicamente feriti e delusi da quell’idea di libertà che muta velocemente in atti mediocri. Furti, rapine, ingiustizie di ogni genere ad annientare il ricordo di quando tutti insieme si gridava “we are the freedom fighters, siamo i guerrieri della Libertà”.                                                      Quando una guerra finisce, ai più perversi manca l’odore del sangue, il rumore delle armi, il rombo degli aerei che si avvicinano. Agli idealisti manca la purezza dell’emozione che la paura di morire offre. L’occasione di dimostrare il valore dei propri ideali; la coerenza nel rifiutare l’opportunità di trarre vantaggio da una situazione immorale ma conveniente; l’occasione di non tradire la propria coscienza in un contesto in cui la libertà di azione nel bene e nel male è illimitata. La dittatura genera ignoranza. Ignoranza è credere che l’indifferenza sia l’arma vincente contro le dittature. Così come credere che i governi pronti ad intervenire in nome dei diritti umani, siano mossi da sentimenti compassionevoli. Ignoranza è pensare che la guerra sia un fenomeno lontano. La guerra è contagiosa perchè abbatte la massima espressione di inciviltà di un popolo: l’indifferenza.

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4 thoughts on “LA GUERRA E’ PERCEZIONE

  1. L’eneorme fatica dell’umanità nell’elaborazione e trasformazione di civiltà! La mediocrità appare endemica perché metodicamente le persone riflettono su quello potrebbero fare non su quello che effettivamente fanno e su quello di cui hanno veramente bisogno di fare. Le attuali condizioni materiali delle nostre economie e dei nostri sistemi di potere tendono ad una costante dequalificazione dell’agire umano.
    coraggio come attuazione di volontà!

    grazie per quello che scrivi ! un abbraccio fortissimo !

  2. L’enorme fatica dell’umanità nell’elaborazione e trasformazione di civiltà! La mediocrità appare endemica perché metodicamente le persone riflettono su quello che potrebbero fare non su quello che effettivamente fanno e su quello di cui hanno veramente bisogno di fare. Le attuali condizioni materiali delle nostre economie e dei nostri sistemi di potere tendono ad una costante dequalificazione dell’agire umano.
    coraggio come attuazione di volontà!

    grazie per quello che scrivi ! un abbraccio fortissimo !

  3. Grazie a te!
    Le tue parole mi riempiono di forza

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