
24 Gennaio 2010
Casilino 900 era il più grande campo nomadi d’ Italia. Il più antico d’ Europa. Il 24 gennaio del 2009, il Sindaco Alemanno ne uscì dicendo di non aver mai assistito a nulla di simile. Considerò le condizioni di vita di tale campo, peggiori di quelle dei profughi palestinesi. Promise che entro un anno avrebbe fatto sgomberare la zona. Il 20 gennaio del 2010, sono iniziate le operazioni di smantellamento di baracche e roulottes.
Il Casilino 900 è una conca di terra che si estende tra la Palmiro Togliatti e via Casilina. Nacque negli anni ‘60, dopo che ai nomadi di origine italiana, vennero assegnate nuove abitazioni. Da allora, quella che molti sostengono essere un’area archeologica è stata occupata da gruppi di popolazioni in fuga dai propri paesi. Quattro etnie per un totale di circa ottocento persone di cui seicentotrenta censite.
I rom verranno divisi non per origini ma per nuclei familiari. Saranno collocati in container da quattro/sei persone e verrà loro fornita luce ed acqua calda. Sono cinque i campi attrezzati ad accogliere i nuovi sfollati. Castel Romano, Salone, via dei Gordiani, via Candoni ed il Camping River sulla via Tiberina.
Tra i primi ad esser trasferiti, kossovari e macedoni. Furgoni della Croce Rossa Italiana e macchine della polizia, sono stati messi a disposizione perchè le operazioni di spostamento avvengano in modo ordinato. Alle 10 di sabato 22 gennaio è partito il I pullman diretto al River, vicino Prima Porta. Nonostante i racconti di chi gia si è informato o ha avuto la possibilità di andare a vedere, negli occhi di molti sembrava guizzare una scintilla di curiosità che lungo la Tiberina, gradualmente pareva mutare in speranza. La lieve ansia che sembrava accompagnare le famiglie che al Casilino vivevano da generazioni, non era paura della nuova vita, ma pura malinconia.
Il camping River sembra un villaggio della solidarietà. Nato otto anni fa è una struttura privata che il proprietario, Roberto Fagiolari, ha deciso di mettere a disposizione del comune di Roma, ospitando zingari e rom prevalentemente di origine romena. Roberto non ha soltanto “ceduto” parte della sua terra al comune, ma quotidianamente si occupa in prima persona del funzionamento e dell’ armonia generale interni al campo. Quaranta container perfettamente puliti e attrezzati con docce, cucine ed acqua calda, ospiteranno i 167 provenienti dal Casilino. La comunità del River è gestita inoltre da due cooperative ed ospita un totale di quattrocento ottanta persone, compresi i nuovi arrivati. Vi sono dodici bungalow, trenta camere con bagno, sessantacinque container più altri trentacinque in arrivo. Lo sguardo profondo e fermo non nasconde la dolcezza con cui Roberto tratta chiunque dimostri di apprezzare il suo lavoro.
Il Casilino 900 è forse il più degradato dei campi. Il River sembra un circolo sportivo per amanti della natura. Ai cancelli vi sono quattro ispettori che a turno controllano giorno e notte le entrate e le uscite di ogni singolo individuo. Gli ospiti esterni sono obbligati a lasciare un documento di identità all’entrata. La scolarizzazione del River è del 100%. Le mamme del River chiedono se i bambini appena arrivati andranno nelle stesse scuole dei propri figli. Sono preoccupate. Sospettose. Conoscono le storie che ruotano intorno al Casilino 900 e temono che i loro figli possano subire influenze diseducative. Non sanno che Roberto ha scelto le famiglie da inserire nel proprio campo, una ad una. Non immaginano che i primi a mostrarsi scettici siano proprio i nuovi arrivati. E non per gli stessi motivi. Gli abitanti del Casilino 900 sono gente profondamente libera. In cinquanta anni si sono creati una dimensione eticamente attaccabile ma incredibilmente priva dei sistemi nei quali ognuno di noi è abituato a vivere. L’ anarchia di cui parlo deriva da un sentimento radicato nella loro cultura per cui le regole valgono in funzione della stima che si crea all’ interno di un nucleo specifico. Appena arrivati, alcuni di loro si siedono senza neanche andar a vedere le nuove case. Lo sguardo perso in un vuoto che pare un baratro di melancolia.
Forza ragazzi. Dai! Guardate che meraviglia. Che posto! Andiamo a vedere le vostre case. C’ è la doccia. L’acqua calda. Un ristorante, il giardino, il Tevere, cibo per tutti! Che c’ è ragazzi, che succede.. “E’ piccolo. Siamo troppi”. Ma va, guardate quanto spazio. E lì c’ è un cantiere in cui stanno costruendo nuove abitazioni!“Ottavia. Ma è vero che ci prenderanno i documenti ogni volta che usciremo? E’ vero che alle 20:00 dovremo essere tutti dentro? E’ vero che non ci sono mezzi di trasporto? Hai visto quant’ è lontano da tutto? Cos’ è, un carcere? Questa non può essere casa nostra”.
Poco dopo è arrivata Sveva Belviso. Assessore alle politiche sociali. Il suo sorriso ha illuminato di speranza anche i più pessimisti e le promesse fatte son sembrate concrete nella definizione di punti mai troppo chiari. Con ognuno parlava volgendo ad ogni storia un’attenzione particolare. Per ognuno pareva trovare soluzioni e per chi, per questioni di età, non vi sono possibilità lavorative, non si è sbrodolata come usualmente istituzionalmente capita, in vane promesse e risposte infondate. Continuavano a chiedere. Come lei avesse la formula magica e una casa per tutti. Non era un sentimento di ingratitudine quello che appariva come forte irriconoscenza verso chi dal fango e dalla più nera miseria li stava salvando. Avranno cibo, acqua, istruzione per i propri figli. Alcuni riusciranno ad inserirsi in contesti lavorativi attraverso cui probabilmente arriveranno a potersi permettere un affitto. Altri scapperanno.
Se per alcuni la civiltà è un ghetto, la libertà cos’ è. Soltanto una percezione?
Ottavia Massimo

Brava Ottavia, ho letto quasi tutti i tuoi articoli:sono scritti in maniera eccellente e molto interessanti. Leti